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INTRODUZIONE
Nel 1866, dopo l’infelice terza guerra d’indipendenza, Padova diventava italiana. II passaggio dall’Austria all’ Italia fu avvertito in modo particolare nel campo delle relazioni tra Stato e Chiesa. Mentre i liberali austriaci si limitavano a dominare incontrastati sulla cosa pubblica, lasciando all’Imperatore il compito di proseguire la tradizionale politica protettiva nei confronti della Chiesa – una protezione che a tratti rischiava di soffocarla – i liberali italiani nutrivano quasi tutti verso la Chiesa una ostilità di principio: lo Stato italiano era nato in contrasto con le idee dell’ultimo Pio IX, «rubando» territori allo Stato Pontificio e agli altri sovrani ritenuti legittimi dalla maggioranza dei cattolici, imponendo leggi illuministiche, che comportavano la confisca di beni ecclesiastici, la chiusura di case religiose, l’introduzione del divorzio nella legislazione italiana. II principio stesso del liberalismo, se accettato nel suo rigore, appariva inconciliabile con la visione cristiana della vita: era il principio del dominio unico della ragione laica, il rifiuto della possibilità stessa di una «rivelazione soprannaturale». Uno degli atti del nuovo Stato italiano era stata l’abolizione delle facoltà di teologia in tutte le Università del Regno (1873). La legge Coppino del 1877 aboliva di fatto l’insegnamento della religione anche nelle scuole inferiori. Di fronte al problema di Dio e della religione la ragione laica si dichiarava agnostica o positivista.
Questo spiega perché in Italia i cattolico-liberali furono relativamente pochi e perché più lungo che altrove fu il cammino dei cattolici per giungere a una conciliazione non sospetta con lo Stato nato dalla rivoluzione liberale. La «breccia di Porta Pia» del 1870 darà il colpo di grazia alla speranza di quei pochi di veder accettato a breve termine dalla Chiesa il mondo nato dalla Rivoluzione Francese, dopo il crollo dell’unità medievale, costruita sull’accordo dei due poteri, religioso e politico. II non expedit richiesto da Pio IX e dai suoi successori ai cattolici italiani, li rinchiuse in un ghetto, in sdegnosa autoemarginazione dalla vita pubblica.
Non per questo i cattolici se ne stettero con le mani in mano. L’Ottocento è il secolo dell’attivismo cattolico in Italia. Accanto ai numerosi Istituti religiosi, che nascono in risposta ai bisogni dei più indifesi in campo sociale, sanitario, educativo, ben presto è tutto un fiorire d’iniziative e di movimenti laici. I cattolici si organizzano, si uniscono in società di mutuo soccorso, fondano banche di credito, casse rurali, creano circoli studenteschi, società operaie, pubblicano giornali . . . Esclusi dall’agone politico, si sfogano in campo sociale e amministrativo, preparando quella vasta trama d’intese economico-sociali che un giorno renderà possibile la ripresa della lotta politica. Organo propulsore unitario di questa varia attività è la direzione diocesana, da cui dipendono le varie opere e attività dì azione cattolica. La Gioventù di Azione Cattolica nasceva a Bologna agli inizi degli anni ’70, contemporaneamente alle attività più tipicamente sociali dell’Opera dei Congressi, con i suoi circoli operai e studenteschi, le sue unioni elettorale e sindacale.
Ma si tratta sempre – in questo scorcio dell’ultimo Ottocento – di opere a carattere prevalentemente difensivo. I cattolici si chiudono in se stessi, provvedono a se stessi. Gruppo subalterno in una società tacitamente ostile, provvedono soprattutto alla difesa dei diritti della Chiesa e della Santa Sede, approfittando degli spazi loro concessi dalle libertà democratiche. Rappresentano un mondo d’interessi in qualche modo opposti a quelli civili: il mondo degli interessi religiosi. D’integrarsi a parità di diritti nella vita pubblica del Paese neppure si sognano. I tentativi di alcuni pionieri di orientare l’Opera dei Congressi a una azione anche politica vengono scoraggiati. Nell’episcopato italiano domina l’intransigentismo: lo Stato italiano è un nemico usurpatore, dal quale bisogna solo guardarsi. Particolarmente forti gli intransigenti sono nel Veneto. Da qui uscirà Pio X, eletto Papa nel 1903. II massimo di collaborazione politica raggiunto dieci anni dopo dai cattolici sarà il Patto Gentiloni, che permetterà ad alcuni cattolici moderati di sedere in Parlamento nei seggi del partito liberale.
Ma se la rivoluzione liberai-borghese si era attuata in Europa e in Italia in totale latitanza della Chiesa cattolica ufficiale, non altrettanto avverrà perla seconda rivoluzione ottocentesca, che anche in Italia bussa ormai alle porte: la rivoluzione proletaria. Fu merito di Leone XIII aver intuito che, venuta meno per la Chiesa la mediazione delle classi dominanti, essa doveva attingere la sua vera forza spirituale direttamente dalle masse popolari, ancora in gran parte fedeli al cristianesimo. Tali masse erano ora insidiate dalla propaganda socialista: non si doveva ripetere l’errore di disinteressarsi dei loro problemi sociali, privilegiando unicamente quelli della fede. La difesa dei diritti temporali dei poveri era un dovere imposto dalla giustizia. La «Rerum Novarum» del 1891 segnò una svolta storica dell’atteggiamento della Chiesa nei confronti dei lavoratori e incoraggiò coloro che già da tempo si occupavano dei problemi delle masse a proseguire nella loro opera. Fu una approvazione autorevole e una spinta a organizzare in leghe i contadini delle campagne, a fondare unioni professionali, cooperative e società assicurative, a proporre soluzioni dei problemi agrari ed economici, partecipando in proprio alle elezioni amministrative, con una identificazione tra azione di Chiesa e azione socio-politica che oggi sarebbe impensabile. La Chiesa usciva dagli antichi steccati che si era autoimposti. Molti vescovi e preti fecero allora una scelta precisa di classe e di campo e portarono avanti di persona la lotta, noncuranti di lamenti o obiezioni da parte di altri settori dei loro fedeli, con una forma di «integralismo» che, rispetto al vecchio «intransigentismo», aveva solo mutato gli obiettivi.

PARTE PRIMA

NASCITA DI UNA ISTITUZIONE

Padova appare una città esemplare di questo, momento storico: in essa le due agomponenti~ della opposizione antiliberale e della lotta attiva al socialismo coesistono e si intrecciano in modo chiaro e coerente, sostenute dall’appoggio di due vescovi di spiccata personalità: il Callegari e il Pellizzo.

Giuseppe Callegari, divenuto vescovo di Padova nel 1883, pur facendo parte dei vescovi intransigenti, fu uno dei più validi sostenitori del Movimento Cattolico. Amico in un primo tempo di Giuseppe Toniolo, diede vita con lui nel 1889 all’Unione Cattolica per gli Studi Sociali e organizzò in Padova nel 1896 il secondo congresso degli studiosi di scienze sociali, a cui parteciparono anche diversi sacerdoti della diocesi. Svolse anche in quegli anni opera efficace di paciere nei contrasti tra il Toniolo e il Paganuzzi. Ma la sua opera, volta principalmente alla formazione spirituale e culturale della base cattolica, rispettava il compito dei laici di mediare tra i principi della loro fede e l’intervento nella attività pubblica. Un rispetto che qualcuno giudicava eccessivamente timido, abdicatorio, col rischio di lasciare i laici stessi senza direttive precise. II Callegari organizzò la catechesi, fondò una Scuola Superiore di Religione e una Scuola di Scienze Religiose, incoraggiò gli studi del Seminario, ripristinandovi la facoltà teologica. Sotto il suo episcopato incominciarono anche a uscire i primi smilzi foglietti della pubblicistica cattolica2.

Ma quando, dopo i moti del 1898, lo Stato liberale reagì, sopprimendo indistintamente circoli, giornali e leghe cattoliche e socialiste, non seppe leggere i segni della nuova svolta storica. II governo, che si era illuso di contrapporre le organizzazioni popolari cattoliche alla forza sovversiva socialista, faceva marcia indietro, inferendo un colpo letale alle forze più tradizionalistiche del Movimento Cattolico. Chi era destinato a raccogliere a breve termine i maggiori frutti da quegli avvenimenti erano i cattolici moderati. Ma all’interno dell’Opera dei Congressi si faceva avanti l’ala giovanile progressista, convinta che ormai erano giunti i tempi di agire in veste di cattolici anche in campo politico, rompendo ogni alleanza con i liberali, sull’esempio di ciò che già facevano i cattolici di Germania, d’Austria, del Belgio, della Francia e della Svizzera. II Callegari non ebbe il coraggio di aprirsi alle nuove prospettive, o forse non le capì. Si allontanò da Toniolo, troppo possibilista a suo parere, disapprovò le nuove aperture dei giovani murriani, guidati in diocesi da don Gerevini, finché non intervenne lo stesso Pio X a risolvere la questione, sciogliendo l’Opera dei Congressi (1904).

Nel 1906 il Callegari moriva. Gli succedette monsignor Luigi Pellizzo. Aveva quarantasette anni e veniva da Udine, dove, come rettore del seminario locale, si era acquistata la fama di grande realizzatore e abile amministratore. Qualcuno lo giudicava alquanto spregiudicato. Per questa ragione il Ministero di Grazia e Giustizia gli fece attendere l’exequatur per ben dieci mesi. Una volta ottenutolo, il Pellizzo diede subito prova di uno stile nuovo, stile da lottatore, che non rifiutava lo scontro frontale. Decise di andare in visita ai luoghi caratteristici della Padova civile: comune, ospedale, università. In comune il sindaco radicale Levi Civita lo accolse con un discorso di chiara intonazione anticattolica. All’ospedale fu contestato da medici e infermieri. All’università fu preso a ortaggi e sassate e dovette ritirarsi.

I cattolici, da parte loro, non lesinavano serre feroci agli avversari. Erano i tempi in cui Paron Stefano Massarotti scriveva della sede univeritaria, il palazzo del Bo: «Saria megio ciamarlo col nome de so mare».

L’accoglienza riservata al Pellizzo non fece che confermarlo nella sua caparbia volontà di entrare in pieno nell’agone perla trasformazione della società padovana. Incominciò con un censimento di tutte le opere cattoliche esistenti in diocesi: 23 società di mutuo soccorso, 31 casse rurali, 20 sezioni giovanili, 7 circoli della Gioventù Cattolica, 2 società cooperative, 4 circoli democratici, 22 comitati parrocchiali. Chiamò a presiedere la Direzione Diocesana l’attivissimo don Restituto Cecconelli che, coadiuvato da una schiera di giovani sacerdoti e laici, tra i quali il conte Giuseppe dalla Torre, che un giorno gli succederà alla guida del Movimento Cattolico, suonò la sveglia per tutta la diocesi, non badando a metodi o competenze: tutto diventava buono per attizzare la nuova vitalità dei cattolici sia in campo civile che religioso. Egli voleva scuotere come scrisse – «quella pace di cimitero a cui ci siamo condannati noi stessi in tanti anni».

AI termine della guerra e alla vigilia della nascita del Partito Popolare, le leghe cattoliche in diocesi di Padova erano 120, a cui erano iscritti migliaia di contadini e circa 2.000 operai di aziende industriali.

II contraccolpo lo avevano sentito specialmente i socialisti che, dal 1910 alla guerra, avevano subito una lenta flessione della loro Camera del Lavoro. I cattolici prevalevano specialmente nella zona montana e pedemontana e in genere a Nord della città, dov’era diffusa la piccola proprietà; mentre i socialisti conservavano la maggioranza nelle zone più industrializzate e a Sud, ai confini con la provincia di Rovigo, dove vigeva il bracciantato e dove i contadini vivevano ammassati nei miserabili casoni.

L’azione di don Cecconelli era instancabile. Per tutta la diocesi, sostenuto dai rispettivi parroci, perorava il miglioramento dei patti agrari, il frazionamento delle terre, l’organizzazione in cooperative, l’istituzione di consulenze legali, di unioni agricole per l’acquisto di macchine, concimi e sementi e – inaudito! – quando l’ingiustizia era palese e non diversamente risolvibile, organizzava scioperi.

Intanto l’unione delle leghe cattoliche, intervenuta in modo condizionante nelle elezioni politiche del 1909, aveva incominciato a proporre candidati propri nelle amministrative. Alcuni dei principali centri del Padovano furono così sottratti al dominio dei candidati liberali o socialisti. II colpo fu particolarmente avvertito dai liberali tradizionali, che non mancarono di denunciare i metodi dei preti e del loro vescovo. Don Cecconelli stesso fu eletto consigliere provinciale nel 1910. Ma Padova, battuti i liberali, restò nelle mani di una coalizione di radicali, socialisti e repubblicani.

Questa operosità di parte cattolica veniva sostenuta da tutta una rete di nuova stampa periodica aggressiva, nata per il dibattito e la polemica. Nel 1908 nasce il settimanale La difesa del popolo, che avrà vita lunga. L’anno seguente è la volta del quotidiano La libertà, che confluirà, nel 1921, nel quotidiano regionale del Partito Popolare: Popolo veneto. Più effimeri e settoriali il mensile La fionda, uscito tra il 1911 e il 1912 e il settimanaleNoi giovani, dal 1919.

PADOVA E LA SUA UNIVERSITA’

II fiore all’occhiello della città di Padova era la sua celebre, antica Università. Unica sede di studi superiori per tutte le Venezie, era La culla della cultura veneta ed esercitava un influsso enorme su tutta la vita politico-sociale della regione. Dalle sue aule usciva la classe dirigente.

L’accoglienza fatta al vescovo Pellizzo il giorno della sua prima visita era indicativa dell’orientamento culturale di quella istituzione all’inizio del secolo. II rettore magnifico, il professor Vittorio Polacco, aveva ricambiato la visita al Presule, presentandogli le scuse dell’Ateneo. Ma la cortesia civile del Rettore non bastava a cancellare il fatto, che documentava del clima di quella Università e della cultura padovana. Vi dominavano il positivismo e il libero pensiero. La cattedra più prestigiosa era occupata da quel Roberto Ardigò che era considerato il principale rappresentante del positivismo italiano e che veniva assunto, contro il suo stesso volere, a simbolo dell’anticlericalismo. Accanto a lui si distinguevano il Canestrini, darwiniano, e il grande clinico De Giovanni, esponente di primo piano della massoneria. Fuori dell’Università, tra le famiglie aristocratiche, era invece di moda il radicalismo (Francesco Papafava) o un sinistrismo compito, specie tra i rampolli di famiglie israelitiche: i Wollemborg, i Treves, i Luzzato.

Per secoli alla cultura laica dell’Università si era contrapposta in Padova – in un dialogo fruttuoso per entrambi – la cultura religiosa dell’altrettanto celebre Seminario. Voluto dal vescovo Gregorio Barbarigo, aveva conosciuto momenti di autentico splendore culturale, specie nel campo degli studi classici. Nella seconda metà del ‘700 vi aveva tenuto cattedra il latinista Egidio Forcellini, autore del notissimo dizionario. Abbiamo visto come il Callegari vi aveva ristabilito la Facoltà di teologia che, dal 1920, darà vita alla rivista mensile «Studia Sacra» e, nel 1922, alla Libreria Gregoriana.

Ma l’influsso del Seminario in questo periodo, tra la fine del secolo e la prima guerra mondiale, si fa sentire solo nell’ambito del clero.

Alcune profonde divisioni interne del corpo docente hanno messo in crisi l’antica istituzione. Un folto gruppo di professori ha sottoscritto le idee antitemporaliste del Passaglia e si atteggia a liberaleggiante. In sette si rifiutano di sottomettersi al Vescovo e vengono sospesi dall’insegnamento . Questi avvenimenti incisero negativamente sui chierici, sulla fiducia delle diocesi circonvicine e nei rapporti con la cittadinanza. I chierici teologi dai 90 dell’anno accademico 1860-61 scesero ai 15 del 1876-77. Dopo il 1866 le altre diocesi venete, divenute diffidenti, ritirarono i loro candidati ai titoli accademici, rendendo inevitabile un ridimensionamento dell’istituzione. Gli intransigenti, rimasti le guide incontrastate del Seminario, lo chiusero alla frequentazione degli esterni e dei laici, imponendo ai chierici una disciplina quasi monastica, avulsa dalla vita della città.

Un Seminario così ridotto non poteva più esercitare alcun contrappeso benefico alla cultura impartita dall’Università. I giovani cattolici trovavano ben poco d’altro in Padova che li sostenesse nella difesa e nella maturazione della loro vita religiosa: il «Patronato del Santo», diretto dai Giuseppini in via Patriarcato, e il «Circolo S. Antonio». Per gli universitari esisteva anche il «Circolo Giacomo Zanella»; per i giovani operai era sorto presso Santa Giustina il «Circolo San Prosdocimo», con annessa biblioteca circolante`. Troppo poco per le necessità dei giovani padovani.

C’era stato, ancora nel ’90, un prete audace, estroso, don Antonio Locatelli, che aveva proposto al Callegari la fondazione in Padova di una Università Cattolica Internazionale. Ma i tempi non erano maturi.

I GESUITI A PADOVA

Fino al 1866 i gesuiti ebbero un collegio in Padova, presso la chiesa di San Giovanni in Verdara. All’arrivo degli italiani lo trasferirono a Bressanone, con una settantina di alunni. Fu una decisione saggia. I gesuiti erano considerati dai patrioti i peggiori nemici dell’indipendenza nazionale. Tre di loro, rimasti a custodire la casa, furono arrestati, insultati, bastonati, imprigionati. Finalmente il padre Giovanni Mai, loro superiore, fu confinato a Schilpario, suo paese nativo.

Passata la buriana, i gesuiti rientrarono in Padova nel 1873. Non vi fondarono una Residenza vera e propria, ma una «Statio»: unità mobile, provvisoria, composta di pochi membri, senza superiore locale.

Solo nel 1878 la «Statio» diventa Residenza, con un superiore proprio.

Sorge in via Ognissanti, oggi via Belzoni. Vi abitano anche tre giovani gesuiti, che frequentano l’Università. La figura più insigne di questa Residenza e il suo primo superiore è il padre Bartolomeo Sandri, che vi abita fin dal 1874. È incredibile la mole di attività svolta da quest’uomo, che pure è infermo e raramente può lasciare la sua casa. Uomo spirituale, dotato d’intelligenza viva, temperamento mite e sensibile, diventa il consigliere ideale per ogni opera nuova che sorga in città e altrove. Superiore dal 1875 al 1893, quindi direttore spirituale fino al 1898, anno della sua morte, accorrono a lui personalità e gente semplice, sacerdoti e laici, a cercare una direttiva sicura, una parola illuminante. Fu guida spirituale, fino al termine della vita, del Paganuzzi, di cui fu amicissimo, e del noto storico della Chiesa Pietro Balan.

Promosse iniziative e fondò opere, spesso intervenendo solo con scritti e lettere. Fin dal 1866 aveva collaborato attivamente alla nascita di La Libertà Cattolica, il primo quotidiano di Venezia. A Venezia aveva fondato anche laSocietà delle donne per gli interessi cattolici, con 1.400 iscritte. Venuto a Padova, creò anche qui analoga associazione: quattrocento signore divise in circoli parrocchiali. Si dedicavano all’insegnamento del catechismo ai bambini, alla diffusione della stampa cattolica, alla raccolta dell’Obolo di San Pietro, ad assistere le donne del popolo e a promuovere la santificazione della festa. Un anno introdussero il giornale cattolico in 24 caffé in 26 luoghi di ritrovo della città, provocando pacifiche discussioni. Nel 1877 padre Sandri scrisse lo statuto di questa associazione, che poi trapiantò a Vicenza e a Verona.

Altre opere di carità e di assistenza organizzò per i poveri del quartiere il Portello, dove sorgeva la Residenza. Poi, con l’aiuto finanziario di un prete vicentino, il Preto, aprì accanto alla Residenza una casa d’Esercizi per il clero. A tutti nota è la parte da lui avuta nel Comitato Generale per l’Opera dei Congressi. II Sandri vi svolse opera prevalentemente moderatrice, preoccupato di certe impazienze di gruppi giovanili, più attenti alle lusinghe socialiste che alle direttive pontificie. Ciò spiega il suo giudizio sostanzialmente negativo sul convegno milanese dell’Unione per gli Studi Sociali nel 1884.

Ora fu proprio quest’uomo a volgere istintivamente per primo la sua attenzione al problema dei giovani universitari. Non solo fece in modo che all’Opera dei Congressi si affiancasse una Federazione Universitaria Cattolica Italiana, la quale in pochi anni si sviluppò presso tutte le maggiori sedi universitarie, ma, senza strepito, quasi senza programmi, di fatto gettò il primo seme di un Pensionato Universitario, che sorgerà di lì a poco nella casa degli Esercizi per il clero, vuota gran parte dell’anno. Durante i mesi invernali essa ospiterà alcuni giovani universitari. Ritornava casa d’Esercizi d’estate, quando l’Università chiudeva i battenti. Le cose andarono precisamente così.

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NASCITA DI UN’IDEA

Fu solo nel 1901 che il padre Giuseppe Stanislao Leonardi fu nominato superiore della Residenza padovana di via Ognissanti. Veniva dal collegio Vida di Cremona, dov’era stato eletto rettore nel 1897, l’anno stesso della sua professione perpetua, dopo un biennio di superiorato trascorso nella Residenza di Mantova. Trentino d’origine, era nato il 17 novembre 1863 ed entrato in Compagnia il 9 ottobre 1879. È lui il vero ideatore dell’«Antonianum», dell’edificio e della istituzione, secondo le linee essenziali che tuttora conserva.

Ma non si deve credere che l’idea del padre Leonardi fosse spuntata come un fiore nel deserto. Prima di lui erano stati ventilati analoghi progetti, miseramente falliti. Anzi, oseremmo dire che l’idea di creare una istituzione a favore della formazione dei giovani impegnati negli studi universitari, s’inseriva in una logica tipicamente gesuitica: era nella tradizione della Compagnia e rispondeva agli orientamenti caratteristici del suo apostolato, specie in quel momento storico di passaggio di secolo in Italia. La Compagnia era nata in ambiente universitario. I primi compagni di sant’Ignazio erano stati studenti o professori della Sorbona. I gesuiti avevano continuato a nutrire un sentimento di familiarità, di simpatia per l’ambiente universitario, quasi lo considerassero il loro grembo materno. Ne avevano derivato un loro «habitus» mentale.

Inoltre sant’Ignazio, dettando nelle Costituzioni i criteri a cui doveva ispirarsi l’apostolato dei gesuiti, ne aveva indicati due fatti apposta per favorire l’apostolato universitario: «Sembra bene che in così vasta vigna del Signore (a parità delle altre condizioni, il che vale anche per i criteri seguenti) si scelga di preferenza il campo dove il bisogno è maggiore, sia per l’assenza di altri operai apostolici, sia per lo stato misero e infelice dei prossimi, esposti al rischio di dannarsi». Ora, quale campo era più abbandonato dagli apostoli del Vangelo di quello universitario? E quale comportava più rischi per la perseveranza dei giovani nel bene?

Un secondo criterio ignaziano diceva: «Poiché il bene è tanto più divino quanto più è universale, si devono preferire quegli uomini e quei luoghi che, una volta aiutati, saranno causa a loro volta di bene spirituale per molti altri, soggetti alla loro autorità o governo» Si devono preferire coloro, insomma, che possono diventare moltiplicatori di bene.

Ora, dalle Università sono sempre uscite le classi dirigenti della società, quelle che, con il loro esempio e le loro decisioni, influiscono in maniera determinante sul comportamento degli altri. E questo era tanto più vero dopo che lo Stato italiano impose l’obbligo dei titoli accademici per accedere alle cariche amministrative o d’insegnamento.

Queste stesse ragioni troviamo espresse in un documento dell’inizio del secolo steso dal padre Leonardi o da lui fatto proprio. Ne stralciamo alcuni tratti, con qualche leggero aggiornamento stilistico.

«Anche quando l’insegnamento era del tutto libero e si rispettavano i diritti delle famiglie, esisteva la questione universitaria in relazione specialmente alla fede e ai costumi. In tempi in cui il prezioso patrimonio che i padri lasciavano ai figli era la profonda convinzione religiosa, dalla quale tutta la vita presente era ordinata alla futura, non potevano mancare preoccupazioni per la gioventù. Se si considera che allora le porte della vita mondana si aprivano o con la destrezza delle armi, o con la cultura, si vede quanto fossero giustificate le sollecitudini degli educatori perla vita universitaria […]. Ai nostri tempi […] la rivoluzione emancipò le Università da ogni influsso della Chiesa.

Soppresse le cattedre di teologia, lo studio superiore non fu più veramente una «Universitas studiorum». Unico arbitro dell’insegnamento divenne il Ministero della Pubblica Istruzione, creatura spesso settaria intesa a orientare le nuove generazioni agli errori intellettuali e morali del Rinascimento pagano […]. Nell’ambiente guasto di una scolaresca universitaria il giovane del nostro secolo gode tutte le libertà, meno quella di fare il bene, inceppato com’è non solo dall’esempio scandaloso degli altri, ma (come avviene quasi ordinariamente) dalla camorra scolastica, congiurata a impossessarsi dei nuovi venuti e sottometterli alla sua tirannide. Se poi all’ambiente micidiale si aggiunge l’opera intenzionale di professori imbevuti di scetticismo e di ateismo, si vede a quanto pericolo sia esposta la fede del giovane fin dal suo primo ingresso nel mondo universitario […]. Questo popolo universitario è un semenzaio da cui usciranno i reggitori della cosa pubblica. Anche in Italia si segue ormai da un secolo il monopolio universitario e amministrativo […]. II governo è fermo a non ammettere alla magistratura, agli alti uffici pubblici e alle professioni liberali giovani che non abbiano trascorso alcuni anni di studio nelle sue Università. Anzi, ai nostri giorni, neppure il traffico e l’industria si possono esercitare in larga misura senza essere diplomati in qualche studio superiore».

A questi motivi così chiaramente delineati si aggiungevano concrete circostanze per i gesuiti del tempo. Essi allora avevano fondato a Cremona il Collegio Vida che, dopo diverse peripezie, aveva trovato sede definitiva presso la chiesa di San Lorenzo. A Brescia nel 1882 era sorto, principalmente per l’ostinata premura dell’avvocato Giuseppe Tovini, il Collegio Luzzago, che ebbe vita breve. Soppresso dalle autorità civili nel 1888, il Tovini non disarmò e riuscì a far nascere, nel 1894, il Collegio Cesare Arici. Anche a Milano nel 1893, con l’appoggio del duca Tommaso Gallarati Scotti e di altri nobili signori fu aperto il Collegio Leone XIII. Tre collegi nelle cui aule si affollarono ben presto schiere di alunni; dove intere generazioni trascorsero i primi anni della loro formazione, dalle elementari – talora dall’asilo infantile – alla maturità liceale, soggette a una disciplina, a una accurata formazione religiosa, a precise norme di comportamento. Come abbandonarle proprio quando – finito il liceo – affrontavano per la prima volta l’ambiente libero, non privo d’insidie, di una Università?

Erano le stesse preoccupazioni che l’avvocato Giuseppe Tovini, un giorno del 1894, esponeva al padre provinciale Luigi Cattaneo: il suo primogenito Livio finiva quell’anno il liceo e doveva iscriversi all’Università. Perché non aprire a Padova un Pensionato diretto dai suoi Padri per accogliervi giovani come il suo e aiutarli a perseverare nella fede e nel bene?

II padre Cattaneo promise che lo avrebbe fatto.

PRECEDENTI STORICI

Non solo l’idea del padre Leonardi non era nuova, ma anche la sua traduzione in realtà era già stata tentata. II Padre conosceva questi tentativi e li enumera nel suo progetto.

Fin dal 1821 il re di Piemonte Carlo Felice aveva fondato due Pensionati Universitari, uno a Genova e uno a Torino. La cattiva impostazione disciplinare e la mancata scelta degli alunni li costrinsero a chiudere dopo pochi anni. A Pavia il cardinal Riboldi fondò pure un Pensionato Universitario e chiamò a dirigerlo i padri Stimmatini, fondati a Verona dal vescovo Gaspare Bertoni. Ma gli Stimmatini non vi si impegnarono a fondo: vi mandarono pochi uomini, impreparati, che si dettero ad altri ministeri, aventi poco a che vedere con l’Università e i giovani universitari. Il Pensionato chiuse dopo cinque anni. Altri due Pensionati, a Modena e a Milano, rimasero solo allo stato di progetto.

Più felice sembrò l’esito di un progetto di Pensionato Universitario a Pisa. L’ideatore era stato il padre Carlo Maria Curci, il fondatore di «La Civiltà Cattolica». Si era nel 1872. Dopo un viaggio a Oxford, a visitare i famosi Colleges universitari, il Padre aveva lanciato la sua idea attraverso un opuscolo diffuso in tutt’Italia. II progetto aveva raccolto consensi e trovato gli uomini disposti a realizzarlo: il cavaliere Albesi, che avrebbe assunto la direzione, il duca Scipione Salviati, il principe Lorenzo Altieri, Nicola Raffaeli. Si era trovata la sede in un edificio già adibito a locanda. II progetto prevedeva anche dei corsi paralleli a quelli universitari, tenuti da ex professori ritiratisi o esclusi dalle Università italiane in seguito all’avvento del nuovo regime sabaudo. Ma su quel progetto si era fatto troppo chiasso; troppo ingenuamente si erano sbandierati gli scopi del Pensionato: preservare i giovani dalla corruzione anticlericale e stimolarli a «studiare davvero». Alla vigilia dell’inaugurazione l’ira degli anticlericali esplose. Sobillarono le masse, ci furono tumulti, con minacce di morte per il Curci e il Salviati. La stampa intervenne ad aumentare la confusione. Dopo tre giorni il Comitato Promotore pubblicò una dichiarazione in cui protestava energicamente contro l’inerzia e la connivenza delle autorità di fronte ai tumulti, ringraziava quanti avevano appoggiato il progetto con consigli e denaro, assicurava che il progetto sarebbe stato realizzato quando «sorgessero giorni migliori per la Patria».

L’edificio ritornava ad essere locanda e assumeva un nome nuovo: Hotel de Londres.

Ma un modello realizzato, sia pure su piccola scala, il padre Leonardi lo aveva sotto gli occhi a Padova stessa, anzi in casa. Nato alla chetichella, quasi per caso, la realtà aveva preceduto la progettazione. Abbiamo visto come la casa di Esercizi di via Ognissanti d’inverno ospitasse alcuni studenti. Questo fin dal 1894, l’anno del colloquio del Tovini col padre Provinciale Luigi Cattaneo. Colloquio a cui si erano aggiunti gli stimoli di Contardo Ferrini, del Toniolo, del conte Acquaderni. Anzi, non era per temerarietà che il Cattaneo aveva promesso al Tovini di esaudire il suo desiderio. Già da un anno i Padri di Padova ospitavano un giovane studente, capitato là per caso. Si trattava di un certo Spirito Chiappetta, un bravo giovane milanese. Iscritto a Pavia al terz’anno di matematica pura, nel 1892 aveva deciso di passare a ingegneria. A Pavia c’era solo il primo corso di applicazione, essendo stato il biennio trasferito al Politecnico di Milano. Per passare al secondo corso il Chiappetta dovette ricorrere al Ministero. La burocrazia era lenta anche a quei tempi: quando giunse il permesso ministeriale, eravamo già ai primi di gennaio del 1893. Invano il Chiappetta si rivolse a Milano, a Torino, a Bologna: tutti rifiutarono il ritardatario. Venne a sapere che a Padova l’apertura dell’anno accademico era stata rimandata al 7 gennaio, a causa dei festeggiamenti per il terzo centenario dell’insegnamento di Galileo in quella Università. II Chiappetta si precipitò a Padova e venne iscritto. Ma dove alloggiare? Andò a bussare alla porta dei gesuiti di via Belzoni. Il padre Sandri, che era al suo ultimo anno di superiorato, rimase ben impressionato da quel giovane e lo accolse in casa. Non immaginava che il Chiappetta sarebbe stato la prima pietra di un Pensionato Universitario ancora nel mondo dei sogni.

Egli, ragazzo simpatico e vivace, si fece presto alcuni amici, che incominciarono a frequentare la casa dei gesuiti senza programmi precisi. Ascoltavano la Messa, si consigliavano con i Padri, si divertivano.

Nacque, quasi spontaneamente, un primo abbozzo di Congregazione Mariana.

Un passo avanti fu fatto nel 1894, quando il Chiappetta si laureò. I Padri ospitarono nella casa di Esercizi i primi sette studenti: il figlio di Tovini, Livio, e i bresciani Eugenio Sigismondi, Serafino Chiappa, Giacomo Leali; Pasquale Pozzi di Busto Arsizio, Alessandro del Pozzolo di Schio e Marcellino Furlan di Oderzo. Nuovo superiore della Residenza era diventato il padre Giuseppe Comelli.

Spirito Chiappetta, rientrato in famiglia, fu in seguito ordinato sacerdote da Pio XI. Mandato in Italia meridionale a costruirvi chiese e case parrocchiali, visse gli ultimi anni con i gesuiti e lavorò per loro a Milano – chiesa del Sacro Cuore – a Triuggio e a Varese, lasciando il segno del suo stile in quegli ampi atri aperti a colonnato e nei soffitti a crociera delle stanze di Villa Sacro Cuore e di Villa Mater Dei. Morì a Villa Sacro Cuore (Triuggio) nel 1948.

Intanto il Pensionato di via Belzoni si andava consolidando. Dopo il 1894 la comunità dei Padri si era arricchita della presenza di padre Enrico Massara, uno dei fondatori dell’«Osservatore Cattolico», di padre Costanzo Frigerio, noto oratore, padre Alessandro Longoni, laureato in matematica alla Sorbona, padre Tito Bottagisio, professore di etica e dantista, padre Bellino Carrara, matematico ed erudito, padre Alfonso Maria Casoli, noto letterato e latinista. Vi giungevano anche alcuni giovani gesuiti destinati a frequentare l’Università di Padova. Tra gli altri quel Giuseppe Busnelli, che diventerà un famoso dantista, Paolo Moretti, poi predicatore, Andrea Giani, studioso di scienze naturali. In seguito giungeranno anche Giuseppe Marini, che diventerà provinciale, Giuseppe Dominioni, Ettore Facoli, Giovanni Allevi. Questi giovani familiarizzarono ben presto con gli studenti del Pensionato, esercitando su di loro un benefico influsso. Tra gli studenti frequentava la Congregazione Mariana Elia della Costa, che sarà vescovo di Padova, cardinale e vescovo di Firenze.

La città si andava abituando alla presenza di questo gruppetto di studenti cattolici, che non nascondevano la loro fede e osavano in molte occasioni andare contro corrente.

NASCE L’ANTONIANUM

II piccolo Pensionato di via Belzoni tirò avanti così fino al 1901 senza grandi prospettive. Che cos’erano venticinque studenti nella massa di oltre mille universitari patavini? C’erano anche alcuni inconvenienti: via Belzoni era troppo distante dall’Università, in un quartiere popolare poco adatto allo studio. Non solo la zona era abitata in gran parte da socialisti, che vedevano di malocchio quei «signorini», ma le notti del quartiere erano turbolente, viziose. La pace calava nelle strade solo dopo le due di notte. Soprattutto non c’era spazio per la biblioteca, per una vera cappella, per un minimo di svago all’aperto. Quei giovani si sentivano in gabbia.

Quando giunse il padre Leonardi si stava da tempo cercando un posto altrove. Padre Leonardo fece sua la ricerca, ma avendo già in testa, a grandi linee, un progetto preciso. Si trattava di trovare un posto per quel progetto.

Nel 1902 ne parlò con il padre provinciale Giovanni Battista Rossi, che lo incoraggiò a vincere ogni esitazione: «Venda la Residenza di via Belzoni e faccia un mutuo in Banca per supplire a quanto manca per il terreno e la costruzione». Padre Leonardi tentennava, aveva paura dei debiti. A Padre Rossi, vecchio missionario, il progetto stava troppo a cuore: gli diede un ordine perentorio. Non restava che obbedire. Uomo di fede, devoto a sant’Antonio, il padre Leonardi si recò sull’urna del Santo e chiese due grazie: la prima che gli inviasse un collaboratore valido, intelligente e concreto. Era troppo consapevole di avere dei limiti, di non poter fare tutto da solo. La seconda, che gli facesse trovare i soldi necessari.

Entro l’anno giunse nella sua comunità il padre Giulio Roi, a frequentare i corsi universitari. Padre Leonardi vide in lui l’inviato del Santo. Dotato di una intelligenza anche pratica e d’entusiasmo, oltre tutto veniva da una famiglia ricca, che al momento opportuno gli avrebbe dato un aiuto non da poco. I due incominciarono a elaborare insieme il disegno del futuro Pensionato fin nei particolari. Sembravano due cospiratori. Senza saperlo, ricalcavano esattamente il programma del padre Curci: si trattava di creare una specie di albergo o di pensione, comoda, ma senza lusso, dove accogliere giovani studenti scelti con cura. La disciplina richiesta doveva essere a metà strada tra la vita d’albergo e di collegio, con un direttore, delle norme a maglia larga, in modo da preparare il giovane progressivamente a una piena autonomia. Come a Oxford, si doveva fissare l’ora dell’uscita, del rientro, del pranzo, dieci o quindici minuti di preghiera in comune, un po’ di silenzio in casa per poter studiare.

Intanto il padre Leonardi aveva ripreso le sue ricerche. Da tempo i gesuiti avevano messo gli occhi su di una zona presso il macello comunale, dove sorgeva un edificio della Congregazione di Carità. Anche il Callegari aveva espresso parere favorevole per quella collocazione o per altra ancora più adatta che lui stesso avrebbe suggerito. Fu offerto il Palazzo Faccanoni, in via Marsala, ma non era adatto. Così pure una località dirimpetto a Santa Rosa. II palazzo dei conti Cittadella, invece, costava troppo: volevano trecentomila lire. Finalmente il vecchio ingegnere Antonio Zabeo offrì un mediatore di fiducia: Giacomo Menegazzi, che si mise subito all’opera. Scartati la Casa di Salute del professor De Giovanni, il palazzo del conte Maldura e la casa della contessa Dolfin, vicino al Seminario, furono ugualmente rifiutati alcuni stabili in via Forzatè e in via del Santo. Finalmente l’attenzione si fermò su di un’area sita in via San Leonino, ora via Briosco.

La zona era distante dal centro e soprattutto dalla stazione ferroviaria, ma era ben servita, in un quartiere tranquillo. Confinava a Est con l’Orto Botanico, a Ovest con via del Maglio, ora via Donatello, che comunicava con la grande piazza Vittorio Emanuele (Prà de la Valle). L’area era proprietà dei conti Cavalli.

La seconda grazia di sant’Antonio – i soldi – fu ottenuta solo in parte, ma fu ottenuta. I due cospiratori – Leonardi e Roi – incominciarono a parlare del loro progetto ad alcuni signori di Padova, del Veneto_e ad altri amici di diverse regioni. Li convinsero a fondare l’Opera dei Pensionati Cattolici, quindi – il 21 marzo 1905 – a costituirsi in «Società anonima Francesco Petrarca». Quel giorno, davanti al notaio Andrea Redetti, si trovarono in nove: padre Giulio Roi, di Vicenza; conte Prospero Radini Tedeschi, di Piacenza; suo figlio Federico; Gaetano Roi, fratello di padre Giulio; il cavaliere Antonio Casale, di Padova; monsignor Giampaolo Berti, di Padova; l’ingegnere professor Vittorio Mastella di Modena; l’avvocato Antonio Renier di Padova; Federico Morassutti di san Vito al Tagliamento. Determinarono lo scopo della Società: acquisto di costruzioni immobiliari e susseguente esercizio di patronati scolastici e opere affini. Il capitale fu fissato a lire 500.000, elevabili a un milione. Furono eletti amministratore il padre Roi e sindaci l’avvocato conte Prospero Radini Tedeschi, l’avvocato Antonio Renier e il signor Federico Morassutti, che fu anche il primo segretario. Il capitale fu diviso in cinquemila azioni di lire cento ciascuna, che tutte furono coperte dai presenti. La «Società Anonima Petrarca» visse fino al 15 gennaio 1944 quando, ceduti gli immobili sociali alla Provincia Veneta della Compagnia di Gesù, venne ufficialmente disciolta.

Ora si poteva partire. La Società Petrarca fece un sopralluogo sulla proprietà Cavalli. Il 18 ottobre 1905, festa di san Luca Evangelista, il cui corpo è venerato nella vicina basilica di Santa Giustina, fu firmato il contratto di vendita per lire centomila. Intanto i gesuiti vendevano la casa di via Belzoni, impegnandosi a lasciarla entro il 31 ottobre 1906.

Si pensò in un primo tempo di adattare la palazzina Cavalli, ampliandola. L’ingegner Secondo di Schio presentò un elegante progetto in stile neoclassico, ma si comprese che era più economico abbattere tutto e costruire ex novo. Monsignor Pellizzo, ancora rettore del seminario di Udine e futuro vescovo di Padova, consigliò l’impresa dell’architetto Della Marina il quale, occupato nella costruzione di seminari interdiocesani, passò l’incarico al giovane Gino Peressutti. Questi convinse i Padri a lasciar perdere il neoclassico e ad adottare lo stile del tempo: lo stile floreale o liberty del primo Novecento.

La prima pietra dell’Antonianum fu collocata il 5 settembre 1905, alle ore 17,30. Era un cubo di quaranta centimetri di lato. Racchiudeva un’iscrizione in latino su lastra di rame e le firme dei presenti: monsignor Berti, in rappresentanza del vescovo Callegari, che era in visita pastorale ad Asiago; il padre provinciale Giovanni Battista Rossi, amici e finanziatori. L’unico che non firmò fu il padre Leonardi: era troppo distratto da altre cose.

In quattro mesi furono tirati su i muri. Bisognava fare in fretta se si voleva giungere all’appuntamento con l’inizio dell’anno scolastico 1906/1907. In certi periodi lavorarono alla fabbrica fino a 500 muratori. La vigilia d’Ognissanti del 1906 la comunità dei gesuiti e i pochi giovani universitari di via Belzoni entrarono nella nuova sede. Le stanze del nuovo Pensionato a disposizione dei giovani erano centosette.

Nei giorni dell’inaugurazione Padova divenne tutto un brusio di approvazioni, di critiche, di mormorazioni. L’edificio era magnifico, moderno. Ideato in perfetto stile liberty dal giovanissimo architetto Peressutti, discepolo del D’Aronco, aveva ottenuto fortunosamente l’approvazione dalla severissima Commissione D’Ornato. Ad alcuni pareva che quella costruzione, inserita tra il Santo e Santa Giustina, ci stesse come un pugno in un occhio. Ma il Peressutti era stato accorto: aveva fatto qualche concessione al gusto tradizionale ottocentesco nelle linee maestre dei prospetti affacciati sulla strada, ingresso compreso, riservando l’intera novità stilistica, fantasiosa, a parti più lontane, appartate, specialmente alla torre, che faceva dell’Antonianum come riferisce Mario Universo – un «vessillo etico-stilistico issato al confine tra due secoli». Altri, vedendo tutto quel proliferare di ornamenti e di simboli, di spazi, congetturavano sulle infinite ricchezze dei gesuiti, i quali, in realtà, di ricchezze possedevano solo quelle degli amici affezionati. Ai primi soci fondatori della «Francesco Petrarca» si erano aggiunti i Casoli, i Zabeo, i Malipiero, i De Zuccato, i Severi, i Policardi, i Faggiotto, i Morassutti, i Massarotto . . . E anche questi amici erano sicuramente più ricchi di affetto che di denaro, se il buco finanziario lasciato dall’Antonianum a costruzione ultimata era tale da togliere il respiro al padre Leonardi, che per molti anni soffrì d’insonnia.

Ma tutto il mormorio sollevato in Padova dalla nuova impresa dei gesuiti e le critiche, le valutazioni, le illazioni, un vantaggio lo ebbero: quello di distogliere alquanto l’attenzione pubblica dalla questione principale e d’impedire che succedesse a Padova quello che già era successo a Pisa. Del resto per Padova il Pensionato dei gesuiti non era una novità assoluta. Agli occhi della città si trattava solo di una sede nuova per una istituzione già esistente, inserita bene o male nel contesto della città e della Università da circa tredici anni. L’Antonianum era nato alla chetichella e ora gettava il velo e appariva alla luce del sole. Lo schock era forte, ma non insopportabile. Anzi, tutti i buoni cattolici applaudivano con entusiasmo all’apparizione improvvisa, quasi per un colpo di bacchetta magica.

PRIME DIFFICOLTA’

Le difficoltà incominciarono durante la costruzione stessa dell’edificio. Un bel giorno la Camera del Lavoro di Padova proclamò lo sciopero tra gli operai dell’impresa. Il motivo non era il salario, superiore a quello concesso da altre imprese. La Camera del Lavoro reclamava il diritto – inaudito a quei tempi – di trattare direttamente con l’impresa l’assunzione di nuovi lavoratori. Al giovane Peressutti non mancavano le qualità del lottatore: minacciò di licenziare tutti e finì per non ammettere più operai iscritti alla Camera del Lavoro. In quattro giorni lo sciopero rientrò.

Ben più gravi furono le opposizioni sul piano non sindacale. L’opera dei gesuiti, dopo l’iniziale stupore, incominciava a suscitare critiche e sarcasmi da parte di certa opinione pubblica e della stampa. Ci fu chi tentò di svuotare di significato il progetto dei gesuiti proponendo una soluzione alternativa. Si pensò di costituire una «Mensa Universitaria» aperta a tutti. II disegno si realizzò solo nel 1912. Un esempio dell’acredine di certi circoli anticattolici è ben espresso in un articolo apparso su «La Striglia» di Bologna, il 13 ottobre 1906. Diceva: «Un padre Leonardi della Compagnia di Gesù ha impiantato in Padova, entro nuovo, vasto, bel fabbricato, un Pensionato per i soli studenti universitari cattolici, ed ha diramato in Italia e all’estero gli avvisi, rinforzandoli con un libretto contenente approvazioni e lodi del Papa, di Cardinali, di Arcivescovi e Vescovi per cotesto primo Pensionato in Italia. Che un padre Leonardi faccia il locandiere, passi: i gesuiti sanno fare ben altro. Ma che il Sommo Pontefice ed altri dignitari della Chiesa facciano i reclamisti per una locanda, dove solo si mangia, si beve, si dorme, si paga, è troppo brutta cosa; anzi, è tale che non può essere universalmente approvata, perché si tratta di locanda e non di un Istituto di mera istruzione ed educazione. Il Papa dice: «Approviamo il Pensionato cattolico perché ci sta sommamente a cuore; persuasi che dalla buona riuscita di coloro che formeranno un giorno la classe dirigente, dipende nella massima parte il risanamento della società». Ed il cardinal Gennari, con la medesima falsa intonazione di tanti altri dignitari della Chiesa, dice: «Preservare i giovani dai pericoli delle Università laiche e dal pervertimento morale e religioso è concorrere efficacemente a salvare la società dai mali rovinosi, onde è tormentata». Ma, Dio buono, Santo Padre e santissimi e venerandissimi signori Cardinali, Arcivescovi e Vescovi, gli studenti cattolici fanno i loro studi sotto l’insegnamento del cuoco, del cameriere, del portiere e del facchino della locanda Leonardi, oppure li fanno nelle Università laiche ove, dice l’arcivescovo di Modena, «vanno perdute senza riparo l’innocenza, la sanità, la felicità di tanti e tanti giovani e donde escono rovinati nell’anima e nel corpo, più a carico che a vantaggio della società» e dove, dice altresì il vescovo di Noto, «la gioventù in gran parte affoga e naufraga nella fede e nel costume a causa dell’insegnamento dato da cattedre di pestilenza»? Ci pare che dalla semplice risposta a queste interrogazioni possa emergere l’inanità della locanda del padre Leonardi, quale preservativo della gioventù dai mali cagionati dalle universitarie cattedre di pestilenza, e che salti fuori la bassa speculazione locandiera del predetto Padre, approvata e lodata dal Santo Pontefice e da altri santissimi dignitari della Chiesa, certamente illusi sugli effetti morali, che per avventura possano essere cagionati da cotesta gesuitica, malaugurata, locandesca istituzione. Per parte nostra ai cattolici studenti, futuri dozzinanti del padre Leonardi, raccomandiamo caldamente la lettura del canto XV dell’Inferno e massimamente la meditazione di queste dantesche terzine:

. . . Saper d’alcuno è buono

degli altri fia laudabile il tacerci

ché il tempo saria corto a tanto suono.

Insomma sappi che tutti fur cherci

e letterati grandi e di gran fama,

d’un medesmo peccato al mondo lerci.

Evidentemente, né il padre Leonardi, né i suoi sostenitori, Papa e Vescovi compresi, erano dello stesso parere: che il Pensionato non fosse altro che una locanda. Anzi, persuasi dell’importanza e dell’utilità dell’opera, Papa e Vescovi avevano fornito al Padre lettere commendatizie proprio per aiutarlo a coprire i debiti, che costituivano un baratro finanziario tale da far rizzare i capelli. Il Padre scriveva il 26 aprile 1908 a padre Roi, recatosi a Roma per trattare di questo problema: «Aut non existere, aut existere liberum ab oneribus omnibus opus nostrum. Scilicet: melius fuisset si natus non fuisset opus, quam nasci et non liberari quam primum ab universis oneribus». Ma liberarsi dai debiti era una parola. Il preventivo era stato superato di oltre due volte: anziché il mezzo milione previsto, s’erano spese un milionesettecentomila lire. Le ragioni di questo sfondamento erano varie. Prima di tutto la fretta di costruire aveva richiesto l’impiego simultaneo di molti operai e il ricorso a ore straordinarie. Poi non ci si accorse che il legname non era ben stagionato: questo comportò ben presto costose riparazioni.

Il lato verso l’Alicorno incominciò a trasudare acqua, per cui la cucina e le adiacenze sotterranee dovettero essere trasferite altrove. Infine la ricca decorazione floreale, se giovò alla fama dell’architetto Peressutti, non giovò alla cassa del padre Leonardi, che vide i suoi soldi sfumare in ornamenti e svolazzi.

Ai debiti si aggiunsero le mormorazioni di qualche confratello. Il progetto appariva temerario e contrario allo spirito delle Costituzioni. Si venne a sapere che il padre Generale Martin, il quale aveva approvato il progetto, in seguito aveva deplorato che si fossero superati i limiti di spesa e si disse che anche il suo successore, il padre Wernz, non vedeva di buon occhio l’opera, il che era falso. Il padre Leonardi si trovò isolato, a portare da solo il peso dell’opera in cui credeva e dei debiti, sorretto soltanto dal fedele Roi e dalla benedizione di Pio X, che lo incoraggiava. Il 9 luglio 1912, alla fine di un’udienza, il Santo Padre raccomandava ripetutamente a padre Roi: «Dite a padre Leonardi che benedico la casa e la cassa».

Del resto fin dagli inizi Papa Sarto aveva voluto manifestare il proprio interessamento concreto sottoscrivendo l’acquisto di cinquecento azioni della Società Padovana Francesco Petrarca, per il valore di diecimila lire. Un altro aiuto cospicuo venne dalla sorella di padre Roi, la signorina Irene, che investì nell’impresa tutto il suo notevole patrimonio. Per questo il nome di Irene Roi apre la lista dei sottoscrittori. Essa sarà considerata fondatrice dell’Antonianum e alla sua morte, nel 1911, il Provinciale padre Domenico Pasi ne decreterà i suffragi in tutta la Provincia.

Questo tuttavia non bastava: la situazione restava sempre grave e il padre Leonardi si rivolse nuovamente a Papa Sarto chiedendogli facoltà di raccogliere a nome suo offerte in tutte le diocesi del mondo. Poi, d’accordo col padre Wernz, inviò nell’America del Nord il padre Michele Chiappi e nell’Impero Austro Ungarico il padre Michele Gattin. Riservò a se stesso di percorrere l’Italia, finanziato a tale scopo dalla generosità di una pia signora, che vendette tutto il vasellame d’argento per aiutarlo. Il viaggiò non dette molti frutti da un punto di vista economico, ma servì a far conoscere l’Antonianum.

Intanto il padre Wernz aveva cambiato parere e ordinò al padre Chiappi di rientrare dall’America. Il padre Leonardi ebbe un momento di sconforto e chiese di essere esonerato dall’incarico di superiore. Ma nel 1915 al padre Wernz succedeva il padre Ledòchowski, il quale dimostrò subito di conoscere bene la situazione dell’Antonianum e di apprezzarlo e volerlo. Dalla Svizzera, dov’era rifugiato, faceva scrivere al padre Tacchi Venturi, il 24 luglio 1916: «Sappia […] che Nostro Padre ama l’opera, la sostiene e la sosterrà. Dunque, tutti i timori che Vostra Riverenza potrebbe nutrire sotto qualche rispetto, e di fatto nutre, vanno deposti e va ringraziato il Signore, che dopo tante prove e incertezze si appresta a consolarla». Gli ricordava che nessuna opera della Compagnia era andata esente da prove. Specialmente i collegi Romano e Germanico, che per decenni s’erano trovati sul punto di chiudere i battenti. Contemporaneamente ammetteva l’opportunità di un avvicendamento nel superiorato: era troppo tempo che lui e padre Roi guidavano le comunità di Padova. Ma i nuovi superiori sarebbero stati non meno di loro affezionati al Pensionato.

Infatti, alla fine di quell’anno, padre Leonardi divenne socio del provinciale padre Alberti e lo seguì in una visita alla missione albanese. A Padova gli successe il padre Giuseppe Marini. Anche il padre Roi lo troveremo due anni dopo a Milano, come rettore del collegio. Contemporaneamente il padre Alberti inviò a Padova il padre Giacomo Rivera come revisore economico. Il padre Rivera constatò la gravità della situazione finanziaria e consigliò la chiusura. Salvarono I’Antonianum i padri Marini, Magni e Roi, chiedendo un visitatore da Roma, il quale non condivise il parere di padre Rivera. Il padre Marini resse I’Antonianum neppure per un anno e l’8 aprile 1917 fu eletto Provinciale. Intanto il padre Leonardi era rientrato in Italia e tutta la comunità di Padova lo reclamò di nuovo come superiore. Così il Padre riprese sulle proprie spalle ancora per due anni il peso della casa e dei debiti e si rimise in cammino fiducioso. Ma il nuovo Provinciale Marini, nonostante la precedente permanenza all’Antonianum prima come direttore (nel 1909), poi come rettore (1916-17), ebbe il cattivo gusto di deviare la facoltà ottenuta dal padre Leonardi da Pio X di raccogliere offerte, ad altri scopi, per di più con esito fallimentare. Il padre Leopardi rimase con i suoi debiti e le sue preoccupazioni. Da tutta la vicenda aveva però imparato una cosa importante: la stima e l’amore per Pio X come benefattore insigne del Pensionato. Volle che un busto bronzeo del Pontefice fosse collocato nell’atrio e raccomandò, prima di morire, che quando Pio X fosse stato beatificato – ne era certo – lo eleggessero patrono speciale dell’Antonianum. Ciò avverrà nel 1951: l’Antonianum ottenne di poter celebrare la festa del nuovo beato al 3 di settembre.

Da Pio X il Pensionato derivò anche il titolo di «Antonianum»: fu lui a suggerirlo al padre Leonardi, del resto propenso da sempre a mettere la sua opera sotto la protezione del Santo di Padova. Ma i due titoli – Pensionato Francesco Petrarca e Antonianum – coesistettero ancora per anni.

I debiti restarono. Costituirono un peso, con gli interessi che esigevano, che gravò talora drammaticamente per decenni sulle finanze dell’opera. Fu fatto un inventario e si scoprì che, tra i numerosi creditori, il più impegnativo era il Banco di San Marco: con le entrate annuali non si coprivano gli interessi del prestito. L’allora rettore dell’Antonianum padre Messori suggerì e fece approvare dalla Società Francesco Petrarca, l’unica possibile soluzione: la vendita di un ettaro di terreno dietro la cascina. La comprarono i signori Morassutti, soci della Società Petrarca e creditori dell’Antonianum, al prezzo di lire seicentomila, con le quali fu chiuso il debito bancario. Il cardiopalmo del padre Leonardi, ormai ottantaduenne, finalmente si quietò.

Nel 1944, anche in virtù delle nuove forme concordatarie tra Stato e Chiesa, la Società Francesco Petrarca cedette tutta la proprietà e gli oneri all’ente giuridico Provincia Veneta della Compagnia di Gesù.

Di più semplice soluzione fu la vicenda finanziaria della Scuola di Religione. Sorta come per miracolosa elargizione di sant’Antonio, pagata con la vendita della punta estrema della campagna, procedeva stentatamente con le modeste tasse d’iscrizione dei ragazzi e qualche offerta spontanea. Ma il 21 giugno 1920 il signor Ludovico Padrin lasciò in eredità alla Scuola di Religione una casa sita in via Briosco, sia pure gravata di vincoli temporanei. Gli affitti di quei locali diedero un aiuto stabile alla Scuola.

La soluzione definitiva si ebbe però solo nel 1927. Il 18 giugno di quell’anno il padre Cipriano Casella riunì diverse persone autorevoli della città: monsignor Ruffatti, presidente della Giunta Diocesana; il professor Soranzo, presidente degli Uomini Cattolici; il dottor Ugo Vittadello, presidente federale della Gioventù Cattolica italiana; la contessa Brunelli Bonetti, per le Donne Cattoliche. Convocò anche i rappresentanti degli alunni: il generale Roberto Garcea, il dottor’Giovanni Todeschini, il commendator Amedeo Annibale, il dottor Antonio Panozzo. Esposto il problema, furono fissate altre riunioni, alle quali vennero invitati anche il conte colonnello Enrico de Dominicis, il conte Giuseppe Carrel, l’ingegner Domenico Morassutti, il cavaliere dottor Giuseppe Fumagalli, il colonnello Vittorio Calcagno, il generale commendator dottor Domenico Mogno. Il 7 ottobre 1928 si approvò il disegno di una Associazione dei padri degli alunni. L’8 novembre il generale Mogno illustrò gli scopi e il funzionamento dell’Associazione: facilitare ai direttori della Scuola di religione un contatto più frequente e uno scambio più efficace coi genitori degli alunni; costituire un appoggio morale alla Scuola; provvedere al finanziamento. L’Associazione sarebbe stata convocata due volte l’anno.