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La lavagna – letture consigliate

Questa volta Massimo Rea suggerisce una rilettura della conversazione di Papa Francesco con i gesuiti del Mozambico.

I dialoghi di papa Francesco con i gesuiti di Mozambico

Giovedì 5 settembre, durante il suo viaggio in Mozambico, papa Francesco ha incontrato in maniera privata un gruppo di 24 gesuiti, dei quali 20 del Mozambico, 3 dello Zimbabwe e uno dal Portogallo. Tra di loro c’era il Provinciale, p. Chiedza Chimhanda. L’incontro è avvenuto in Nunziatura alle 18,15 circa, dopo il rientro dagli impegni della giornata. La Provincia dei gesuiti dello Zimbabwe-Mozambico è stata costituita a fine dicembre 2014. Conta attualmente 163 membri, dei quali 90 giovani in formazione[1]. Al suo arrivo, i gesuiti hanno applaudito il Pontefice, che ha chiesto ai presenti di formare un cerchio con le sedie. La conversazione è durata un’ora abbondante. Dopo i saluti del Provinciale, il Papa ha invitato i gesuiti a porre domande per avviare la conversazione. 

Il primo a prendere la parola è stato p. Paul Mayeresa, che lavora a Beira nell’apostolato educativo. Ha chiesto un pensiero sulle preferenze apostoliche della Compagnia[2] e un consiglio su come viverle in Mozambico. Il Papa ha risposto così:

Non è facile ricostruire una società divisa. Voi vivete in un Paese che ha vissuto lotte tra fratelli. Penso che, ad esempio, la preferenza apostolica che riguarda gli Esercizi spirituali possa aiutare molto in questo contesto. Si possono dare Esercizi a persone impegnate nei diversi settori della società e così renderle più adatte a svolgere il loro compito per unire e riconciliare. Si tratta dell’esperienza del discernimento spirituale che guida all’azione.

Serve un adeguato accompagnamento, specialmente se nella società e nella nazione c’è bisogno di unità, di riconciliazione. Sappiamo che, a volte, l’ottimo è nemico del bene, e in un momento di riconciliazione vanno inghiottiti molti rospi. In questo processo, si deve insegnare ad avere pazienza. Serve la pazienza del discernimento per andare all’essenziale e mettere da parte l’accidentale. Ci vuole davvero tanta pazienza, a volte! Poi, però, serve anche insegnare i contenuti, cioè la dottrina sociale della Chiesa. Ma attenzione: in ogni caso il gesuita non deve dividere. C’è bisogno di riconciliazione nella società del Mozambico: unire, unire, unire, unire, unire, avere pazienza, aspettare. Mai fare un passo per dividere. Noi siamo uomini del tutto, non della parte.

Tu lavori nell’apostolato educativo, e stai in mezzo ai giovani. Il tuo lavoro è importante e impegnativo. I giovani hanno buona volontà, ma possono essere una facile preda dell’inganno, dell’impazienza. È necessario essere vicini ai giovani, dare loro spazio perché possano discernere ciò che accade nel loro cuore. La formazione considera insieme le idee e i sentimenti. Per agire bene bisogna sempre considerare le idee e i sentimenti che si provano. Ad esempio, bisogna aiutare i più giovani a riconoscere quando vivono nella rassegnazione, e quindi nella stagnazione. E anche a riconoscere quando invece vivono una sana inquietudine. Insomma, serve un’opera di discernimento spirituale, di accompagnamento per il bene della società.

Quindi parla p. Bendito Ngozo, cappellano della scuola secondaria «Santo Inácio de Loyola»: «Alcune sètte protestanti per fare proseliti usano le promesse di ricchezza e prosperità. I poveri si fanno affascinare e sperano di diventare ricchi aderendo a queste sètte che usano il nome del Vangelo. Così lasciano la Chiesa. Quale raccomandazione ci può dare affinché la nostra evangelizzazione non sia fare proselitismo?».

Questo che dici è molto importante. Intanto bisogna distinguere bene tra quelli che vengono chiamati «protestanti». Ce ne sono tanti con i quali possiamo lavorare molto bene e che hanno a cuore l’ecumenismo serio, aperto, positivo. Ma ce ne sono altri che cercano solamente di fare proselitismo e usare una visione teologica della prosperità. Sei stato molto preciso nella tua domanda.

Su La Civiltà Cattolica sono stati pubblicati due articoli importanti al riguardo. Te li consiglio. Sono stati scritti da p. Spadaro e dal pastore presbiteriano argentino, Marcelo Figueroa. Il primo articolo parlava dell’«ecumenismo dell’odio». Il secondo era sulla «teologia della prosperità»[3]. Leggendoli, vedrai che ci sono sètte che non si possono davvero definire cristiane. Predicano Cristo, sì, ma il loro messaggio non è cristiano. Nulla a che vedere con la predicazione di un luterano o di un altro cristiano evangelico serio. Questi cosiddetti «evangelici» predicano la prosperità, promettono un Vangelo che non conosce la povertà, ma cerca semplicemente di fare proseliti. È proprio quello che Gesù condanna nei farisei del suo tempo. L’ho detto più volte: il proselitismo non è cristiano.

Oggi ho sentito una certa amarezza quando ho concluso l’incontro con i giovani. Una signora mi ha avvicinato con un giovane e una giovane. Mi è stato detto che facevano parte di un movimento un po’ fondamentalista. Lei mi ha detto in perfetto spagnolo: «Santità, vengo dal Sud Africa. Questo ragazzo era indù e si è convertito al cattolicesimo. Questa ragazza era anglicana e si è convertita al cattolicesimo». Ma me lo ha detto in maniera trionfale, come se avesse fatto una battuta di caccia con il trofeo. Mi sono sentito a disagio e le ho detto: «Signora, evangelizzazione sì, proselitismo no».

Ciò che intendo dire è che l’evangelizzazione libera! Il proselitismo, invece, fa perdere la libertà. Il proselitismo è incapace di creare un percorso religioso in libertà. Prevede sempre gente in un modo o nell’altro assoggettata. Nell’evangelizzazione il protagonista è Dio, nel proselitismo è l’io.

Certo, ci sono tante forme di proselitismo. Quello delle squadre di calcio, il tifo, va bene, per carità! E poi è chiaro che ci sono quelle forme di proselitismo delle società commerciali, dei partiti politici. Il proselitismo è diffuso, lo sappiamo bene. Ma non deve esserlo tra noi. Dobbiamo evangelizzare, che è cosa ben diversa dal proselitismo.

San Francesco d’Assisi ha detto ai suoi frati: «Andate nel mondo, evangelizzate. E, se necessario, anche con le parole». L’evangelizzazione è essenzialmente testimonianza. Il proselitismo è convincente, ma è tutta appartenenza e ti toglie la libertà. Credo che questa distinzione possa essere di grande aiuto. Benedetto XVI ad Aparecida ha detto una cosa meravigliosa, che la Chiesa non cresce per proselitismo; cresce per attrazione, l’attrazione della testimonianza. Le sètte, invece, facendo proseliti, separano le persone, promettono loro tanti vantaggi e poi le abbandonano a loro stesse[4].

Tra di voi certamente ci sono teologi, sociologi e filosofi: vi chiedo di studiare e approfondire la differenza tra proselitismo ed evangelizzazione. Leggete bene l’Evangelii nuntiandi di san Paolo VI. Lì è chiaro che la vocazione della Chiesa è quella di evangelizzare. Anzi, l’identità stessa della Chiesa è evangelizzare. Purtroppo, però, non solamente nelle sètte, ma anche all’interno della Chiesa cattolica ci sono gruppi fondamentalisti. Sottolineano il proselitismo più che l’evangelizzazione.

Un’altra cosa tipica dell’atteggiamento di proselitismo è che non distingue tra il foro interno e quello esterno. È il peccato in cui molti gruppi religiosi cadono oggi. Per questo ho chiesto alla Penitenzieria apostolica di fare una dichiarazione sul foro interno, e la dichiarazione che hanno fatto è davvero molto buona[5].

L’evangelizzatore non viola mai la coscienza: annuncia, semina e aiuta a crescere. Aiuta. Chiunque faccia proselitismo, invece, viola la coscienza delle persone: non le fa libere, le fa dipendere. L’evangelizzazione ti dà una dipendenza «paterna», cioè ti fa crescere e ti libera. Il proselitismo ti dà una dipendenza servile, di coscienza, e sociale. La dipendenza dell’evangelizzato, quella «paterna», è il ricordo della grazia che Dio ti ha dato. Il proselito invece dipende non come un figlio, ma come uno schiavo, che alla fine non sa che cosa fare se non gli viene detto.

Raccomando ancora una volta quei due articoli de La Civiltà Cattolica: leggeteli, studiateli, perché lì c’è molto di quello che vi ho detto. Qui ho cercato di comunicarvi l’intuizione principale.

Prende la parola uno scolastico, Leonardo Alexandre Simão, che fa il suo periodo di formazione a Beira. Racconta del suo lavoro con i giovani. Il Papa gli dice che è un lavoro importante e che suo «compito è comunicare il Vangelo e far sì che i giovani siano interiormente liberi». Poi il gesuita gli chiede se e come è cambiata la sua esperienza di Dio da quando è stato eletto Papa. Francesco prende un breve tempo per riflettere e poi risponde…

Non so dirti, a dire il vero. Cioè credo che fondamentalmente la mia esperienza di Dio non sia cambiata. Io resto sempre lo stesso di prima. Sì, avverto un senso di maggiore responsabilità, senza dubbio. La mia preghiera di intercessione poi si è fatta molto più ampia di prima. Ma anche prima vivevo la preghiera di intercessione e avvertivo la responsabilità pastorale. Continuo a camminare, ma non ci sono stati cambiamenti davvero radicali. Parlo al Signore come prima. Sento che mi dà la grazia che mi serve per il tempo presente. Ma il Signore me la dava anche in precedenza. E poi commetto gli stessi peccati di prima. L’elezione a Papa non mi ha convertito di colpo, in modo da rendermi meno peccatore di prima. Io sono e resto un peccatore. Per questo mi confesso ogni due settimane.

Non mi era mai stata posta questa domanda prima d’ora, e ti ringrazio di avermela posta, perché mi fai riflettere sulla mia vita spirituale. Capisco, come ti dicevo, che il mio rapporto con il Signore non è cambiato, a parte un maggiore senso di responsabilità e una preghiera di intercessione che si è allargata al mondo e a tutta la Chiesa. Ma le tentazioni sono le stesse e anche i peccati. Il solo fatto che adesso io mi vesta tutto di bianco non mi ha affatto reso meno peccatore e più santo di prima.

Mi conforta molto sapere che Pietro, l’ultima volta che appare nei Vangeli, è ancora insicuro come lo era prima. Presso il mare di Galilea, Gesù gli chiede se lo ama più degli altri e gli chiede di pascere le sue pecore, e poi lo conferma. Ma Pietro resta la stessa persona che era: testardo, impetuoso. Paolo dovrà confrontarsi e lottare con questa sua testardaggine in merito ai cristiani che venivano dal paganesimo e non dal giudaismo. All’inizio Pietro ad Antiochia viveva la libertà che Dio gli ha dato e sedeva a tavola con i pagani e mangiava con loro tranquillamente, mettendo da parte le regole alimentari giudaiche. Poi però giunsero lì alcuni da Gerusalemme, e Pietro, per timore, si ritirò dalla tavola dei pagani e mangiava solo con i circoncisi[6]. Insomma: dalla libertà egli passa di nuovo alla schiavitù della paura. Ecco Pietro ipocrita, l’uomo del compromesso! Leggere dell’ipocrisia di Pietro mi conforta tanto e mi mette in guardia. Soprattutto mi aiuta a capire che non c’è alcuna magia nell’essere eletto Papa. Il conclave non funziona per magia.

Interviene p. Joaquim Biriate, segretario del Provinciale, per porre una domanda: «Come si fa a evitare di cadere nel clericalismo nel corso della formazione al ministero sacerdotale?».

Il clericalismo è una vera perversione nella Chiesa. Il pastore ha la capacità di andare davanti al gregge per indicare la via, stare in mezzo al gregge per vedere cosa succede al suo interno, e anche stare dietro al gregge per assicurarsi che nessuno sia lasciato indietro. Il clericalismo invece pretende che il pastore stia sempre davanti, stabilisce una rotta, e punisce con la scomunica chi si allontana dal gregge. Insomma: è proprio l’opposto di quello che ha fatto Gesù. Il clericalismo condanna, separa, frusta, disprezza il popolo di Dio.

Una volta sono andato a confessare in un santuario nel nord dell’Argentina. Finita la Messa, sono uscito con un altro sacerdote. Una signora si è avvicinata a lui con immaginette e rosari, chiedendogli di benedire quegli oggetti. Il mio amico le ha spiegato: «Lei è stata a Messa e alla fine della Messa ha ricevuto già la benedizione; dunque, tutto è stato già benedetto». Ma la signora continuava a chiedere la benedizione. E il sacerdote ha proseguito nella sua spiegazione teologica: «La Messa è il sacrificio di Cristo?». E la signora rispose di sì. «È il sacrificio del corpo e del sangue di Cristo?». E la signora rispose di sì. «E tu credi che Cristo con il suo sangue ha salvato tutti noi?». E la signora rispose di sì. Proprio in quel momento il sacerdote vide un suo amico e si distrasse. E la signora si rivolse subito a me, chiedendo: «Padre, mi dà la benedizione?». Ma povera gente che deve implorare per avere una benedizione! Il clericalismo non tiene conto del popolo di Dio.

In America Latina c’è molta pietà popolare, ed è molto ricca. Una delle spiegazioni che si dà del fenomeno è che questo è avvenuto perché i sacerdoti non erano interessati, e dunque non hanno potuto clericalizzarla. La pietà popolare ha cose da correggere, sì, ma esprime la sovranità del popolo santo di Dio, senza clericalismo. Il clericalismo confonde il «servizio» presbiterale con la «potenza» presbiterale. Il clericalismo è ascesa e dominio. In italiano si chiama «arrampicamento».

Il ministero inteso non come servizio, ma come «promozione» all’altare, è frutto di una mentalità clericale. Mi viene in mente un esempio estremo. Diacono significa «servo». Ma, in alcuni casi, il clericalismo tocca paradossalmente proprio i «servi», i diaconi. Quando dimenticano di essere i custodi del servizio, allora emerge il desiderio di clericalizzarsi e di essere «promossi» all’altare.

Il clericalismo ha come diretta conseguenza la rigidità. Non avete mai visto giovani sacerdoti tutti rigidi in tonaca nera e cappello a forma del pianeta Saturno in testa? Ecco, dietro a tutto il rigido clericalismo ci sono seri problemi. Ho dovuto intervenire di recente in tre diocesi per problemi che poi si esprimevano in queste forme di rigidità che nascondevano squilibri e problemi morali.

Una delle dimensioni del clericalismo è la fissazione morale esclusiva sul sesto comandamento. Una volta un gesuita, un grande gesuita, mi disse di stare attento nel dare l’assoluzione, perché i peccati più gravi sono quelli che hanno una maggiore «angelicità»: orgoglio, arroganza, dominio… E i meno gravi sono quelli che hanno minore angelicità, quali la gola e la lussuria. Ci si concentra sul sesso e poi non si dà peso all’ingiustizia sociale, alla calunnia, ai pettegolezzi, alle menzogne. La Chiesa oggi ha bisogno di una profonda conversione su questo punto.

D’altra parte, i grandi pastori danno alla gente molta libertà. Il buon pastore sa condurre il suo gregge senza asservirlo a regole che lo mortificano. Il clericalismo invece porta all’ipocrisia. Anche nella vita religiosa.

Spesso racconto il caso di un gesuita in formazione. Sua madre era malata in maniera grave e lui sapeva che non sarebbe vissuta ancora per molto. Abitava in un’altra città dello stesso Paese, e per questo ha chiesto al suo Provinciale di poter cambiare sede per poter stare più tempo con sua madre.  Il Provinciale ha detto che ci avrebbe pensato davanti a Dio e gli avrebbe risposto prima di ripartire la mattina presto, il giorno dopo. Il giovane gesuita rimase a lungo nella cappella quella notte, pregando che il Signore gli concedesse la grazia. Ma il Provinciale, dato che doveva partire presto, in realtà non ci pensò molto, scrisse tutte le risposte alle lettere che doveva lasciare e le lasciò al ministro della comunità[7] perché le consegnasse il giorno seguente. Tra di esse c’era la risposta a questo ragazzo. Il ministro, dato che era tardi e pensava che tutti stessero dormendo, mise le lettere alle porte degli interessati. Il giovane, che a notte fonda tornò in camera dalla cappella, vide la lettera del Provinciale e la aprì. Si accorse che era datata il giorno dopo. Diceva: «Dopo aver riflettuto, pregato, celebrato la Messa e fatto lungo discernimento davanti al Signore, penso che dovresti rimanere in questo posto». Ecco: questo è clericalismo, è l’ipocrisia a cui conduce il clericalismo. Il giovane gesuita non ha perso la sua vocazione, ma non ha dimenticato mai quell’ipocrisia. Il clericalismo è essenzialmente ipocrita.

Prende la parola p. Afonso Mucane, parroco della parrocchia di Sant’Ignazio, nella diocesi di Tete, e chiede qualche pensiero sull’ Apostolato della Preghiera, che adesso si chiama Rete Mondiale di Preghiera del Papa e ha appena compiuto i suoi 175 anni di attività[8].

Penso che dobbiamo insegnare alla gente la preghiera di intercessione, che è una preghiera di coraggio, di parresia. Pensiamo all’intercessione di Abramo per Sodoma e Gomorra. Pensiamo all’intercessione di Mosè per il suo popolo. Dobbiamo aiutare il popolo a esercitare più spesso l’intercessione. E noi stessi dobbiamo farlo di più. Lo sta facendo molto bene la Rete Mondiale di Preghiera del Papa, come si chiama adesso, diretta dal p. Fornos. È importante che la gente preghi per il Papa e per le sue intenzioni. Il Papa è tentato, è molto assediato: solo la preghiera del suo popolo può liberarlo, come si legge negli Atti degli Apostoli. Quando Pietro era imprigionato, la Chiesa ha pregato incessantemente per lui. Se la Chiesa prega per il Papa, questo è una grazia. Io davvero sento continuamente il bisogno di chiedere l’elemosina della preghiera. La preghiera del popolo sostiene.

L’ultima domanda è dello scolastico Ermano Lucas, che svolge il suo servizio presso la scuola secondaria «Santo Inácio de Loyola». La sua domanda è sulla xenofobia dilagante.

La xenofobia e l’aporofobia[9] oggi sono parte di una mentalità populista che non lascia sovranità ai popoli. La xenofobia distrugge l’unità di un popolo, anche quella del popolo di Dio. E il popolo siamo tutti noi: quelli che sono nati in un medesimo Paese, non importa che abbiano radici in un altro luogo o siano di etnie differenti. Oggi siamo tentati da una forma di sociologia sterilizzata. Sembra che si consideri un Paese come se fosse una sala operatoria, dove tutto è sterilizzato: la mia razza, la mia famiglia, la mia cultura… come se ci fosse la paura di sporcarla, macchiarla, infettarla. Si vuole bloccare quel processo così importante che dà vita ai popoli e che è il meticciato. Mescolare ti fa crescere, ti dà nuova vita. Sviluppa incroci, mutazioni e conferisce originalità. Il meticciato è quello che abbiamo sperimentato, ad esempio, in America Latina. Da noi c’è tutto: lo spagnolo e l’indio, il missionario e il conquistatore, la stirpe spagnola e il meticciato[10]. Costruire muri significa condannarsi a morte. Non possiamo vivere asfissiati da una cultura da sala operatoria, asettica e non microbica.

L’incontro di papa Francesco con i gesuiti si è concluso con i ringraziamenti, una preghiera tutti insieme e la foto di gruppo.