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19
Gen

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Ex Alunni e Messori: parlano i presidenti Piero Amodio e Roberta Caforio

Collegio e Residenza, cosa c’è di diverso?

Piero: Mi è chiara l’esperienza e la realtà del Collegio, meno quella della Residenza. Alcune differenze sono marcate: il collegio era una struttura direttamente gestita e organizzata dai gesuiti, offriva specifici momenti formativi (sia religiosi, sia di sostegno allo studio, almeno per alcune facoltà) e un ottimo servizio alberghiero (vitto, pulizia). Di contro la Residenza è una realtà auto-gestita sia dal punto di vista organizzativo, sia formativo. Inoltre il collegio era rivolto solo a ragazzi che vivevano in stanze all’interno di una struttura unitaria di tipo alberghiero, mentre la residenza coinvolge sia ragazzi sia ragazze inseriti nel contesto di appartamenti contigui.

Ciò che probabilmente accomuna le due modalità è la socializzazione, anche forzata, con coetanei non scelti a priori, ma comunque selezionati per essere aperti, o almeno non avversi, alla dimensione cristiana e alla relazione sociale. Ciò favorisce confronti fecondi ed è uno stimolo alla crescita personale e alla capacità di accordarsi col diverso e con l’imprevisto.

Roberta: La residenza, è vero, parte dall’esperienza del collegio ed è nata con lo scopo di dare una continuità alla vita comunitaria già avviata all’interno del Collegio Antonianum. Tuttavia, a differenza di quest’ultimo, si è sviluppata come una realtà autogestita che permette la crescita degli individui all’interno di un ambiente comunitario mediante situazioni notevolmente diverse rispetto a quelle che potevano presentarsi nel collegio, mantenendone tuttavia i valori fondamentali.

Trattandosi di un gruppo di ventotto persone che condividono spazi e momenti, ma che non si appoggiano su enti esterni per quanto riguarda la pulizia e la gestione prettamente interna del vivere comunitario, si creano situazioni in cui ognuno dei ragazzi è costretto a collaborare con persone (ben selezionate) che altrimenti non avrebbe mai incontrato. Questo favorisce non solo l’interscambio di idee e punti di vista, ma anche la creazione di un gruppo coeso che riesce a lavorare per raggiungere un obiettivo, sia questo la pulizia della casa, un pranzo cucinato per tutti o la realizzazione di un evento di autofinanziamento.

 

Cosa significa crescere durante gli anni universitari nella famiglia ignaziana?

Piero: Vi sono due termini: famiglia e ignaziana. Si tratta quindi di una familiarità che viene accettata con persone né legate da un vincolo di sangue, né da un vincolo geografico o di elezione (gruppo di amici che già si conoscono). È accettare di andare verso l’ignoto a partire da una fiducia verso un’istituzione: la Compagnia di Gesù o quello che ci si immagina possa essere il Collegio o la Residenza. Si tratta di un cammino incontro all’altro per una fiducia a priori, a ben vedere ricorda un po’ la vicenda di Abramo. Il termine “ignaziana” ci ricorda il legame con il mondo dei gesuiti e di Ignazio. Ci richiama, quindi, ad una realtà di grande valorizzazione della coscienza, dell’intelligenza, dell’azione dello Spirito e della disponibilità al suo ascolto nell’intimo e alla fiducia nell’amore di Gesù, al S. Cuore potremmo dire. Una valorizzazione del servizio e dell’umiltà. L’esperienza dell’incontro con i Padri e i fratelli della Compagnia è un’esperienza di rapporto con persone oneste, dedite al servizio, spesso esemplari per vari aspetti. Ci si aspetta che almeno alcuni tratti non siano propri dei soli gesuiti, ma siano propri anche degli ex-alunni e dei professionisti che i ragazzi possono incontrare.  Non solo, ma per le matricole che entrano in residenza anche almeno alcuni ragazzi che già vi soggiornano possono essere un esempio positivo. È importante, infatti, che un giovane in formazione abbia l’opportunità sia di aprirsi al nuovo e all’ignoto, sia di trovare di fronte a sé almeno alcuni elementi positivi di sviluppo, per consolidare fiducia, generosità, creatività, servizio.

Roberta: Come ha giustamente sottolineato il Dottor Amodio, il legame tra i ragazzi e con gli ex-alunni e i padri gesuiti non è un legame che si trova facilmente nella società odierna. Per lo meno io non ho trovato molte altre realtà che creino dei vincoli tanto profondi tra le persone. Si tratta di dare fiducia a qualcuno che non si conosce e che a sua volta ha il compito di rendersi disponibile nella quotidianità, in maniera tale da creare un habitus, ossia uno stile di vita che, attraverso la collaborazione tra tutte le parti, aiuta a formare delle amicizie profonde e durature nel tempo.

 

Quali sono i temi che avvertite come urgenti per alunni di oggi ed ex-alunni?

Piero: Per ogni ex-alunno, in generale, svolgere bene e generosamente il proprio ruolo nella professione, in famiglia e nella società civile, possibilmente coinvolgendosi in servizi ecclesiali e sociali di promozione umana e cristiana.

L’associazione ex-alunni potrà sostenere il legame fra ex-alunni e gli ideali giovanili umani e cristiani, anche declinati con alcune specificità proprie dei gesuiti, tenendo conto che la Compagnia ritiene ora prioritaria una “missione di riconciliazione e di giustizia” che comprende tre dimensioni: i) riconciliazione con Dio, ii) con l’umanità e iii) con il creato.

Come ex alunni organizziamo un corso di cultura, iniziative spirituali e vorremmo essere disponibili in qualche modo per il confronto in ambito professionale e religioso con i più giovani.

Sarà importante sostenere una rete di rapporti e relazioni per coinvolgere tanti ex-alunni presenti non solo nel Veneto e anche altre parti di Italia, per i quali un rapporto con quel centro di spiritualità e cultura rappresentato dall’Antonianum potrebbe rappresentare uno strumento di conforto e sostegno nell’impegno quotidiano. Sarebbe bello essere capaci di favorire rapporti umani autentici, volti ad un servizio generoso, non impoveriti da relazioni strumentali o interessate o dalla freddezza delle relazioni meramente telematiche.

Roberta: Come Residenti partecipiamo al corso di cultura organizzato dall’Associazione Ex-Alunni e cerchiamo di renderci disponibili per partecipare a quante più attività spirituali possibili. Pensiamo che lo sviluppo dell’interiorità sia di fondamentale importanza, non solo per la formazione individuale di ciascuno, ma anche per il consolidamento della relazione con gli altri. Una realtà come quella della residenza è un polmone verde all’interno di una società che respira aria intrisa di individualismo, poiché insegna a rispettare le opinioni degli altri e gestire conflitti senza bisogno di prevalicare sugli altri e che un compromesso è sempre possibile. Questo è il cuore dell’esperienza residenziale e credo che sia il modo migliore per imparare ad affrontare situazioni difficili e spesso imprevedibili che si possono presentare al giorno d’oggi soprattutto all’esterno dell’ambiente della Residenza.

Il tema dell’individualismo e della gestione dei conflitti è il più vicino ai residenti che, ognuno con la propria specializzazione universitaria, si troveranno inevitabilmente a dover affrontare situazioni del genere in un futuro lavorativo.

 

Come avete incontrato il Collegio e la residenza e come avete vissuto o vivete questa esperienza?

Piero: Per me vivere in una realtà ignaziana è stata una scelta precisa. Era l’ultimo anno di liceo, a Udine, quando ricevetti l’invito a partecipare a quella che era chiamata “maturità teologica”, un corso quindicinale che Padre Laner S.J, di Milano, insieme ad altri 4-5 gesuiti (Fausti, Brambillasca, Beck, Pirola, Clerici) organizzava a Gressoney.  Fu un’esperienza intellettuale e umana che mi colpì molto: mai avevo visto il cristianesimo -a cui già aderivo convintamente- così significativo, stimolante e rispondente a quesiti di ragione. Volli perciò scegliere come sede per gli studi di medicina Padova – a quel tempo a Udine non vi era medicina-perché vi era il collegio Antonianum dei gesuiti a cui volevo essere ammesso, nonostante fossi stato ammesso alla Cattolica di Roma e al Sant’ Anna di Pisa. Mi venni a trovare in una realtà non così stimolante come Gressoney o come i corsi di teologia, sempre dei gesuiti, che frequentai per tutti gli anni dell’università, d’estate, a Selva di Valgardena, ma pur sempre molto formativa. Ero un po’ chiuso nella mia vita di ragazzo timido e studioso di provincia e il Collegio mi aprì a tante relazioni umane diverse e significative e a vere e profonde amicizie che perdurano ancora. Incontrai Padri molto significativi, come Padre Ciman che mi fece conoscere l’esperienza degli universitari costruttori, mi ha sempre gratificato di stima e amicizia e celebrava col raccoglimento che lo contraddistingue una bella e significativa Messa il mercoledì; strinsi un forte legame con Padre Bassan da cui ricevetti tanti insegnamenti ed esempi significativi e mi introdusse ad alcuni elementi di psicologia del profondo. Di lui mi ricordo il raccoglimento estremo e significativo mentre celebrava l’eucaristia. Padre Merlin, che si aprì a belle confidenze umane quando lo andavo a trovare ormai malato di cancro. Altri Padri sempre onesti, intelligenti e gentili: fra cui Frigerio, Meletti, Giacon, Tognoni. Mi ricordo fratelli generosi, come fratel Artuso ed altri. Confrontandomi con amici e colleghi che non hanno avuto questa esperienza, capisco e apprezzo la ricchezza che mi è stata donata.

Roberta: Personalmente, trovare la Residenza è stato un colpo di fortuna. Quando ho saputo di aver passato il test di ammissione per l’università di Padova avevo pochi giorni per immatricolarmi e trovare una casa in cui trasferirmi. Sono di Conversano, una città in provincia di Bari e lasciare la mia famiglia e il mio mondo un po’ mi spaventava. Nonostante abbia avuto altre esperienze in cui ho vissuto lontano da casa, ricordo di aver provato un misto di timore ed eccitazione all’idea di trasferirmi definitivamente in un luogo che non conoscevo senza conoscere nessuno. Sono arrivata in Residenza per il colloquio di ammissione e appena ho conosciuto i ragazzi che vi vivevano in quegli anni mi si sono illuminati gli occhi.

Ho trovato una famiglia in cui crescere ed esprimere me stessa al meglio delle mie capacità. I miei coinquilini non sono solo persone con cui condividerò parte della mia vita, loro ne faranno sempre parte. Ognuno mi insegna qualcosa di nuovo e insieme cresciamo e diventiamo adulti.

 

Cosa si impara in questi anni?

Piero: Negli anni universitari credo sia importante aprirsi alla comprensione del mondo in modo rigoroso, ma non solamente settoriale. A tale fine la convivenza fra studenti di varie discipline può fornire un’opportunità. È importante capire che vi sono vari modi di affrontare cose simili e, quindi, relativizzare il proprio punto di vista e di accordarsi su fatti concreti. È veramente prezioso scoprire di poter collaborare e di potersi stimare e benvolere. Inoltre, trovare nel proprio ambiente persone degne di fiducia e modelli validi. Ciò può aiutare a crescere nella capacità di essere rispettosi, rispettati, rispettabili; ciò, insieme alla capacità di amare, essere amati, ed amabili è indispensabile per essere lievito e sale nel proprio ambiente e raggiungere la vita vera.

Roberta: Gli anni universitari, vissuti in Residenza, insegnano a gestire il proprio tempo in modo di districarsi tra impegni personali, istituzionali ed universitari. Si impara a gestire le proprie emozioni in modo da dare spazio anche a quelle degli altri, ad ascoltare ma anche ad aprirsi. Lasciare che gli altri ti aiutino in situazioni di difficoltà non è sempre facile e la Residenza è esattamente il posto in cui ci si può permettere di aprirsi e dar fiducia alle persone perché è esattamente quel posto sicuro in cui quelle stesse persone di cui ci si fida, rispettano la fiducia che gli si dà e a loro volta danno fiducia.

L’ambito universitario diventa, così, un modo di apprendere sia le competenze lavorative di cui si avrà bisogno, sia come relazionarsi con gli altri che è altrettanto, se non più, importante secondo il mio punto di vista.

 

Siete due presidenti, una responsabilità e un ruolo: cosa sperate di riuscire a fare assieme agli altri alunni e,nel caso di Piero ex-alunni?

Piero: Mi piacerebbe trovare percorsi per favorire una maggiore relazione fra gli studenti della Residenza e professionisti maturi. Potrebbe essere uno stimolo reciproco. Inoltre il rapporto con chi da adulto vive una vita di fede può essere motivo di incuriosirsi e non desistere da interrogarsi su Gesù, volerlo incontrare e assimilarlo nella propria vita. In fin dei conti, tutta il senso della nostra vita e azione ruota attorno a questo perno.

Roberta: L’obiettivo principale di quest’anno per me e gli altri quattro ragazzi che con me gestiscono la vita di Residenza (siamo tutti al terzo anno di permanenza in questo ambiente), oltre a continuare a farla crescere coltivando le vecchie tradizioni e cercando di introdurne di nuove, sarebbe quello di consolidare i rapporti con gli ex-alunni e con le personalità presenti nel centro giovanile per favorire l’ulteriore scambio di esperienze, conoscenza e spazi in modo da poter offrire il nostro apporto alle realtà circostanti e da ricevere sempre nuovi stimoli che ci aiutino nella realizzazione dei nostri obiettivi.

 

Chi è il nuovo presidente degli Ex alunni dell’Antonianum

Nato a Udine l’11/6/53, ha frequentato il Collegio dal 1972 al 1978 per tutto il corso di medicina e, negli stessi anni, i corsi estivi di formazione religiosa dei gesuiti a Selva di Valgardena.

Specializzato in Pneumologia e in Medicina Interna. Dapprima medico di medicina generale a Udine, poi ricercatore e Professore Associato di Medicina Interna dell’Università di Padova. Attivo nella ricerca sui rapporti fra insufficienza epatica e cervello, ha creato un laboratorio e organizzato un gruppo di ricerca su questo tema, anche nel contesto di un centro interdipartimentale di ricerca che ha diretto. Il team da lui organizzato è un punto di eccellenza e di riferimento anche internazionale nel settore dell’encefalopatia epatica. È stato chiamato a far parte come Fellow del Royal College of Physicians di Londra. Attualmente è consulente internista al Parco dei Tigli.

Sposato a 35 anni con Mariachiara Valerio di Padova, pediatra, hanno adottato due bimbe indiane: Madhu e Sulema. Con Mariachiara frequenta da 15 anni l’attività formativa estiva per famiglie presso la casa dei Gesuiti di Selva di Valgardena.

Impegnato a livello ecclesiale nel Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale (MEIC) -un’articolazione dell’Azione Cattolica- ne è stato presidente diocesano a Udine e poi anche a Padova. Ha fatto parte del Consiglio Nazionale del MEIC a Roma. Attualmente è in formazione come guida spirituale. E’ socio del Club alpino italianno e ama fare con la moglie Mariachiara lunghe escursioni in montagna.

Chi è Roberta Caforio, presidente della Residenza Padre Carlo Maria Messori

Nata a Putignano (Ba) il 18 Giugno del 1998, ha frequentato il liceo scientifico Sante Simone di Conversano (Ba). È stata selezionata per il progetto del Quarto Anno Liceale d’Eccellenza creato dall’associazione Rondine Cittadella della Pace di cui ha portato la testimonianza nella Thornton-Donovan School di New York attraverso lezioni di formazione sulla gestione dei conflitti. Attualmente frequenta il terzo anno presso la facoltà di Chimica all’Università di Padova.

A cura di Maria Luisa Vincenzoni