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Feb

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Residenza Messori e Covid: La Testimonianza di un “Messorino”

Erano i primi di marzo dell’anno 2020, un mese e un anno che rimarranno impresso a lungo nelle nostre memorie, forse a vita. Mi trovavo in quelle basse montagne fra gli appennini tosco-emiliani, in una località nella provincia di Bologna che per me è quel paese di case rade e boschi che accompagnarono la mia crescita, mentre per altri risulterà tuttalpiù un nome mai sentito o al massimo un nome che somiglia a qualcos’altro: Riola, un villaggio di forse mille anime sparse fra le querce.

Era una delle solite visite periodiche ai miei genitori, a mia sorella, ad Aura e Rocky (i miei due cani) che ogni due o tre mesi avvenivano e avvengono, sia per poter rivedere i loro volti e i loro musi, sia per poter ritagliare qualche piccola finestra temporale per qualche verde passeggiata capace di rallentare i pensieri troppo veloci di un ragazzo ormai di città.

Ma quella non era e non poteva essere una delle solite visite periodiche. Sui social, sui giornali, in tv poche e tristemente note parole venivano ripetute fino alla nausea, con un’ossessione che ancor oggi ci portiamo appresso. Il virus (eviterò di menzionare il nome) aveva colpito anche i media, facendoli ammalare di riduttivite, ovvero quella patologia che causa il ridursi di temi, di repertorio frasale e lessicale. Pare che ancor oggi ancora gli incaricati dell’informazione non riescono a guarirne. Per mia fortuna e sfortuna però non sono un grande amante di questi grandi mezzi.

Il 6 marzo però una notizia non potevo sfuggire nemmeno a me: la Lombardia e altre 14 province del Nord Italia (fra cui la mia Padova) a partire dalla notte successiva sarebbero state poste in quarantena. Per un tempo indefinito non si sarebbe potuto entrare né uscire. Subito la paura si insinuò fra le mie ossa. <<Cosa sta succedendo? Cosa devo fare? Io non voglio rimanere qui, io non posso rimanere, voglio tornare a casa, in Residenza>>. I miei genitori cercavano di dissuadermi. Non era sicuro, quelle zone dove io volevo andare erano zona rossa, lì invece sarei stato al riparo da ogni male. Per me però era impossibile, non avrei sopportato stare troppo lontano da quella che ormai è diventata la mia città. E mentre la notte del 7 marzo si affollava la stazione di Milano di persone che tornavano terrorizzate verso il proprio Sud, io il giorno successivo ero in stazione a Riola, prima verso Bologna poi cambio per Padova, direzione Nord, direzione zona rossa. Portavo con me oltre a pochi vestiti e qualche libro un immenso timore di non farcela, di non riuscire ad arrivare a destinazione. Immaginavo ad ogni istante che sul treno o alla stazione qualcuno mi avrebbe fermato e mi avrebbe rispedito a casa, lontano dal Veneto, lontano dalla mia famiglia patavina. Ma così non fu. Arrivai senza intralcio a Padova e, seppur la stazione era deserta, tutte le vie del centro raffiguravano una normale e piacevole domenica di inizio primavera: strade ricolme di gente, amici seduti sul prato, via vai dai negozi dello shopping. Nulla poteva presagire ciò che sarebbe avvenuto qualche ora dopo.

Confesso che quella domenica io ero uno di quelli che stava con gli amici sul prato, amici che ho invitato a cena e con cui ho passato una piacevole serata. Troppe erano le voci discordanti su ciò che stava succedendo, e – non potendo sapere di chi poterci fidare – avevamo scelto di fidarci di coloro che ci rassicuravano. Soffro nel constatare che questa mia affermazione è una confessione, una rivelazione fatta con senso di colpa, come se incontrare amici per poter godere del sole e del tempo libero sia una cattiva azione.

Il giorno dopo le rassicurazioni però non sarebbero più bastate. Il Governo decide di chiudere non solo alcuni territori, ma vie, negozi, case, esistenze non solo di alcune province, ma dell’Italia tutta. Dovevamo restare nelle nostre abitazioni (senza naturalmente considerare chi un’abitazione non ce l’ha) e in strada solo per fare la spesa o per una passeggiata con il cane. Ciò che successe in quei primi giorni di quel mio vissuto in gran parte l’ho rimosso. Troppa la sofferenza, troppo il buio baratro del domani che si apre davanti, troppo inumano limitare i movimenti del corpo di un uomo ad uno sputo di metri quadri. <<È per il bene di tutti>> ci dicevano, e noi non potevamo che crederci, perché altro non potevamo fare. Ed anche se qualcuno fosse stato contrario ad alcuni obblighi, tra la titanica potenza dell’indignazione delle masse e un sistema di sicurezza da occupazione militare non sarebbe stato possibile levare voci contrarie.

Ricordo solo che i primissimi giorni cercavamo tutti di placare la terribile angoscia con una dissonante positività: alcuni slogan ormai celebri impressi su stracci appesi fuori da finestre e balconi, gli appuntamenti che ci si dava online per cantare e suonare canzoni nelle vie, una trafila di buoni propositi che ci era promessi di non rimandare più: imparare a suonare uno strumento, imparare una lingua, leggere libri su libri. Rimango ancora curioso di sapere dove sono finiti tutti questi buoni propositi. Probabilmente ora sono in discarica, reparto carta, finiti lì perché dopo poche settimane abbiamo guardato quei fogli su cui imprimevamo speranze con incredulità, buttandoli convintamente con un forte amaro in bocca. Personalmente ne avevo ripescate così tante di idee al tempo che credo di non averne perseguita una.Le mie prime settimane scivolavano così, tra pensieri in discarica, urla di sfogo alla finestra, l’incubo di una routine sempre perfettamente uguale a sé stessa. Questo uno stralcio dei miei pensieri datato 31 marzo:

Ti guardi ancora allo specchio

Un altro giorno uguale a sé

Non trovi orizzonti

Il tempo ha perso i suoi pali

Lo spazio ha messo i suoi pali

Non vanno al di là quanto il misero occhio scorge

Quanto ancora?

Ti chiedi silenzioso

Quando smetti di distrarti

Quando arriva la notte

Tenti di afferrare un aldilà

Non si lascia prendere

Nuoti in un mare di nulla

D’istanti assenti

Quanto ancora?

I germogli della primavera aprono le loro porte al Sole

E tu osservi il mondo da un vetro

Osservi la vita da dentro una vetrina

Scorri le giornate con uno schermo

Quanto ancora?

Un turbamento sotterraneo tenta di affiorare

Calpesti il suolo

Tenti di ricacciarlo dentro

Un demoniaco pensiero

Non è forse la tua intera vita una quarantena?

Con uno spazio più ampio

Con strade al posto della tua stanza

Con città al posto dell’appartamento

Non è forse la tua intera vita una quarantena con pareti che s’ allargano?

In queste poche parole a cui altro non aggiungerò si condensano i tormenti di quei primi giorni. Come forse erano noto (ad altri meno che a me) ho scoperto che noi piccoli esseri umani conserviamo per i momenti più duri una straordinaria capacità d’adattamento. Trascorsi i primi bui momenti lo spirito di adattività – che adesso con forza credo si celi dentro ognuno di noi – rinverdì come rinverdivano gli alberi fuori dalle nostre finestre, sia in me sia nelle persone che mi circondavano. Infatti così continua quella che io (forse arrogantemente) chiamo poesia (non dibatterei in questa sede tra poesia, prosa ritmica o tutte le possibili questioni tecniche):

Ma nel buio più profondo un fiore

Gli orizzonti della mente

Costringono un Tutto che correrebbe come il vento, vasto, incommensurabile, incontenibile, verso un luogo senza fine.

Non cercare di soddisfare la tua sete con l’acqua di fiumi lontani, scava un pozzo, sotto di Te.

Scavando in quell’impenetrabile terra ho scoperto finalmente nel profondo, oltre a tanto altro di cui non mi occuperò qui, un incommensurabile tesoro.

Il luogo in cui vivo non è un semplice appartamento di città e nemmeno un monolocale o un attico. Il luogo in cui vivo non è una casa grande con un grande giardino in campagna. Il luogo in cui vivo è una residenza universitaria, la Residenza Messori.

Sebbene io non conosca a fondo altre residenze universitarie quelle poche voci pervenute alle mie orecchie mi portano a dire con una certa sicurezza che la Messori si distingue nettamente dalle altre. Ahimè io non conosco la genesi di questa esperienza, non conosco la biografia di Padre Messori e nemmeno la vita del collegio Antonianum. Vedo soltanto ciò che è ora ai miei occhi: un gruppo di ventotto giovani universitari che decidono di seguire un cammino diverso (e per molti versi difficile) rispetto ad un percorso per così dire “normale”.

Dentro questi tre piani di un edificio che guarda timidamente Prato della Valle vive un progetto che, se siamo avidi di definizioni, potremmo definire come un progetto semi-comunitario, che al percorso di studi affianca un diverso modello di vita. Pur vivendo su tre diversi livelli ci sentiamo appartenenti tutti ad un unico edificio e ad un unico gruppo. Ogni cucina, ogni bagno, ogni salotto è spazio per chiunque voglia viverlo. Ogni pranzo o cena che sia può essere occasione di risate e condivisione. Chi cerca pace e solitudine ha la propria camera, o gli splendidi giardini del Centro Antonianum. C’è un’aula studio in cui dedicarsi al proprio lavoro, un salotto con un proiettore per film e conferenze, una sala con biliardino, divani e giochi da tavolo per le serate di leggerezza. Tutto ciò è il forziere intarsiato dentro cui ho trovato il bene più prezioso: le persone che vivevano all’interno.

Superate infatti le prime settimane della buia quarantena, tanti di noi hanno colto in sé risorse inaspettate alla ricerca del sorriso suo e degli altri. Ed ecco che in pochi giorni nascono nuove proposte: una palestra, zumba, un gruppo di lettura, un laboratorio di pittura. Per non parlare di tutti i pranzi, le cene, i dolci da mangiare tutti insieme.

La palestra avveniva tre volte a settimana. I nostri corpi bloccati in quel blocco di cemento e mattoni aveva bisogno di sfoghi, di sudore e fiatone. Quasi ogni pomeriggio, dopo aver studiato, ci trovavamo in salotto, con la classica musica da palestra e con una strana quantità di pesi che mai troveresti in una casa normale (più una qualche busta d’acqua naturalmente). Mai avevo fatto una così grande quantità di attività sportiva. Ma lì in quella stanza, con altri dieci persone, tutti a fare lo stesso movimento, senza quel giudizio tipico del mondo sportivo, sfogavamo attraverso la pelle il senso di oppressione.

A Zumba non partecipavo: il mio senso di vergogna non me lo permetteva. Quando non c’era palestra però c’era un gruppo affiatato di donne che ballavano, gridavano e che nel giro di qualche settimana aveva appreso talmente tanto che nei balli non sbagliava un passo, con la musica sempre al massimo e qualcun altro in qualche altra stanza che imprecava.

Il gruppo di lettura fu un qualcosa di più intimo. Ci trovavamo la sera sui divani del primo piano, con una luce fioca, una buona musica rilassante e qualche calice di vino e leggevamo storie di cui avremmo potuto discutere dopo. Avevamo scelto due opere in particolare: Le mille e una notte e la Boutique del mistero di Dino Buzzati. Ricordo che la prima lettura dell’antica opera fu divertente. Aveva una versione non coperta da diritti trovata online, in una improbabile traduzione settecentesca dove il testo trasudava un assurdo e ridicolo maschilismo, scritto in una lingua ampollosa, ridondante e lontana. L’opera di Buzzati apriva invece le porte ad ampie riflessioni. I suoi enigmatici racconti si davano ad infinite interpretazioni tutte valide e gli interrogativi non si esaurivano mai fino in fondo, li portavi anche in camera, sul letto, a serata finita.

Il laboratorio di pittura fu breve ed intenso. Era iniziato con l’approssimarsi della fine della quarantena e finì col finire di quest’ultima. Due volte ci siamo incontrati con una dolce musica lenta, pennelli, acquerelli, acrilici e una ragazza esperta che ci guidava man mano nei nostri dipinti. Conservo ancora un acquerello ancora incompiuto che spero con la guida di questa ragazza di poter portare a termine. Sorrido amaramente nel pensare che ciò che non è stato finito rappresenta un faro, un potentissimo simbolo che indica da sempre la via.

Tutto quel lungo tempo passate insieme a tutte quelle persone ha fatto in modo che tra di noi nascesse un senso di affezione tutta familiare. Pur essendo tanti giorni da trascorrere rinchiusi eravamo insieme, combattevamo insieme la noia, l’oblio e l’annichilimento e continuavamo a divertirci non per sopravvivenza, ma perché stavamo bene davvero.

Avevamo deciso di chiamare ironicamente quella casa “Villaggio Vacanze Messori” tanta era la vivacità che si respirava. Alcuni di noi, se prima rimanevano celati, hanno iniziato a svelare sé stessi, mostrando luci ed ombre della propria interiorità. Altri come me che prima erano divisi tra mille attività fuori hanno capito la bellezza di ciò che stava all’interno e l’importanza di fermarsi e rallentare per guardarsi attorno, per guardare ciò che ci sta vicino, tutti i giorni. Quelle lunghissime settimane hanno saldato un gruppo che saldo non era, lo era solo in potenza. Un gruppo dentro al quale è nata l’idea (che poi è diventata realtà) di un viaggio-vacanza estiva alla scoperta dei luoghi in cui qualcuno di noi è nato e cresciuto. Un gruppo che, seppur ridotto per le normali meccaniche di via vai della Residenza, rimane affiatato.

Stavamo così bene tra quelle mura che a porte riaperte non capivamo perché dovessimo uscire. Ricordo bene la sensazione dei primi giorni di riapertura, in cui – anche in ragione di un’abitudine ormai divenuta solida – non trovavo motivi per uscire. Sicuramente in ciò rientra una forte componente di paura nei confronti del mondo, un’ansia sociale creatasi in quei mesi che separavano noi da tutto il resto. D’altra parte però ricordo che un pensiero era quello che non c’erano ragioni convincenti per “uscire”. Si potrebbe certo obiettare che forse volevo soltanto restare nella famigerata zona comfort e non posso negare ciò, perché è la verità. Ma il punto è proprio questo. Quel tetto con quelle 28 persone era diventata la mia zona comfort, non un incubo in cui ero rimasto intrappolato, ma una casa, un punto di partenza, un nido in cui sentirmi coccolato, un abbraccio che ti protegge dalle intemperie dell’Universo, non una prigione da cui vuoi prima possibile fuggire perché sei rimasto lì dentro da troppo tempo. Ci ritenevamo incomparabilmente più fortunati di tante altre persone nelle loro piccole case, stanche degli stessi quattro volti che vedevano giorno per giorno.

Ma se – riprendendo la memoria petrarchesca – <<quanto piace al mondo è breve sogno>> anche quel piacere svanì. Seguirono alla riapertura settimana complesse, aggrovigliate, tese. Una riunione doveva decidere le norme che ci saremmo dati per salvaguardarci da possibili contagi. Norme decise forse in un clima di paura e cautela. Norme che determinavano le nostre vite e le distinguevano dalle altre che non vivevano in Residenza.

Si era deciso che chiunque fosse uscito per entrare in contatto con altre persone, siano essi amici o parenti o partner, al ritorno avrebbero fatto un periodo di quarantena di quattordici giorni. Al momento della riunione però io non ero presente, ero dalla mia ragazza, il mio primo pensiero quando finalmente si parlava di poter rincontrare persone a noi care. Quella fu la riunione più difficile e sofferta di tutto l’anno. A scontrarsi erano due posizioni antitetiche: una linea “morbida” e la linea “dura”. La linea morbida prevedeva che le regole della Residenza si sarebbero dovute allineare con quelle dello Stato: sì ai cosiddetti congiunti e cautela negli spostamenti con mezzi pubblici. La linea dura chiedeva le misure che poi sono state adottate, per limitare il più possibile contatti e quindi eventuali contagi, perché non potevamo permetterci quarantene di gruppo che potenzialmente potevano durare mesi. Le due posizioni non potevano trovare compromessi, troppo polarizzanti erano le visioni. La discussione infatti fu accesissima e sarebbe proseguita anche le settimane successive.

Come già detto alla riunione non era presente. Sarei però dovuto tornare a casa e trascorrere quattordici giorni in camera. Non potevo sopportarlo. Tornai fra i boschi, dai miei genitori, per un tempo che sarebbe durato fintanto che le acque non si fossero calmate, cosa che successe una decina di giorni dopo. In questi giorni però il clima, a detta di tanti, era quasi irrespirabile. I contrasti erano stati forti. Personalmente ero tanto, tanto arrabbiato con chi aveva preso quelle decisioni. Mi sembravano scelte scellerate frutto di eccessivi timori che impedivano o limitavano le relazioni con le persone vicine. La tempesta però cessò, i cuori infervorati si calmarono e tutti noi ritornammo in Residenza, prima con qualche difficoltà, poi verso un’inesorabile distensione.

Avevamo imparato fin troppo a volerci bene e a superare gli ostacoli per poter mandare tutto all’aria. La quarantena aveva costruito qualcosa di solido, impenetrabile anche ai conflitti più aspri. Eravamo ormai diventati l’equipaggio di una baleniera e insieme avevamo affrontato tempeste. Questa era soltanto una tempesta come un’altra, forse solo un po’ più forte, forse solo un po’ più buia. Avevamo però imparato che il buio è l’occasione per cercare la luce. E la luce la ritrovammo, di nuovo.

E fu l’estate. E fu il caldo. E fu un timido ritorno alla vita “normale”: esami, studio, visite alla famiglia, uscite con amici, bar. Consapevoli però che qualcosa di bello e profondo aveva segnato le nostre pelli, quasi un intimo segreto di un’esperienza trascorsa, un incubo scacciato da una realtà, una spirituale battaglia al male che attanagliava e attanaglia il mondo, una comunità che fa da scudo all’incertezza, un voler vivere comune che sorride all’oppressione, un gruppo di giovani che ormai conoscono l’antidoto ai veleni che nell’aria si respirano.

Antonino Pizzo

Commento (1)

  • Marialuisa Vincenzoni

    Ma chi l’ha detto che il lockdown uccide la creatività? Alla Messori ci si scatena in tanti modi e la fantasia non conosce limiti….

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