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06
Gen

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Aspettando il Messia nel mondo ebraico

L’attesa dell’irrompere di un evento storico salvifico attraversa la storia dell’umanità. In occasione del ritiro degli ex-alunni, Giovanna Zaniolo ha guidato la meditazione su come il mondo ebraico abbia vissuto e viva tutt’oggi questa aspettativa. Una riflessione alla luce della fede cattolica di cui l’ebraismo è, dal punto di vista teologico, una dimensione fondante e una Parola sacra.  Proponiamo qui sotto la riflessione svolta dalla Professoressa Giovanna Zaniolo, ex-alunna, docente e studiosa senior all’Università di Padova al dipartimento di anatomia comparata e citologia.

 

L’argomento affidatomi da Padre Ciman è così vasto che ha suscitato in me una qualche incertezza sul come poterlo affrontare. In realtà parlare di mondo ebraico significa intendere un qualche cosa che comincia con l’inizio della religione ebraica e che continua ancor oggi: ogni scrittura parla dell’attesa del Messia e ancor oggi alcuni ebrei attendono la sua venuta. Ma, duemila anni fa, anche nel mondo ebraico  c’erano segni particolari, situazioni, sentimenti che portavano a percepire e “sentire”, che la grande promessa era ormai vicina a realizzarsi, che la grande speranza dell’arrivo del Messia era prossima, stava per diventare realtà.

Considerando quindi l’Avvento ebraico da questo punto di vista ha pensato di individuare alcuni eventi che diano il sentore di questa aspettativa nel mondo di Israele.

Il messia per gli ebrei, sarebbe stato colui che, inviato da Dio, avrebbe liberato il Popolo Ebraico e avrebbe introdotto una nuova era di pace e di felicità fra gli uomini di tutta la terra. Si esprimono infatti così le Sacre Scritture: “Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro di molti popoli. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo. Non si eserciteranno più nell’arte della guerra”. Gli ebrei dunque con l’avvento del Messia aspettavano “l’era messianica”, nella quale avrebbe avuto il sopravvento il “Regno di Dio”. Sul profilo però che avrebbe avuto il Messia, diversamente da quanto spesso si sente dire, le aspettative nel mondo ebraico erano molteplici e con sfaccettature molto diverse fra loro. Daniel Boyarin, considerato a livello internazionale uno dei maggiori studiosi di Talmud, così ci riferisce nel suo interessantissimo libro “il Vangelo Ebraico”: Alcuni sostenevano che per essere ligi alle regole bisognasse credere ad una singola figura divina. Altri credevano che Dio avesse un delegato divino, un emissario, forse addirittura un figlio, che si levava sopra gli angeli e fungeva da intermediario tra Dio e il mondo in chiave di creazione, redenzione. Molti ebrei invece credevano che la redenzione sarebbe stata portata a termine da un essere umano, un rampollo del casato di David, che ad un determinato momento avrebbe preso lo scettro e la spada ed avrebbe sconfitto i nemici di Israele e l’avrebbe riportato all’antica gloria. Altri pensavano che le due figure, quella umana e quella divina fossero la stessa cosa, che dunque il Messia di Davide sarebbe stato anche il Redentore. Insomma davvero una faccenda complicata”.

Gesù però, che- da Rabbino quale egli era- insegnava i Testi Sacri, conosceva perfettamente quanto aveva detto Isaia, considerato il più importante Profeta dell’ebraismo. Già, ben nove secoli prima, Isaia aveva infatti profetizzato che l’era messianica, sarebbe avvenuta attraverso il sacrificio cruento del Messia stesso, vero e proprio “Servo Sofferente”. Isaia si era infatti così espresso:” Si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori. E’ stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca. Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo. Fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte. Ha consegnato sé  stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori. Il Figlio dell’Uomo deve essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno”.

Ma Gesù sapeva che anche Daniele aveva fatto la stessa profezia:” Un Unto (un Messia) sarà soppresso. Nessuno sarà per lui”. Quindi, da quanto detto, risulta evidente che la figura di un Messia che avrebbe dovuto soffrire e morire per redimere il Popolo di Israele, era già ben nota non solo a Gesù, bensì agli ebrei, ben prima della sua venuta. Dice al riguardo sempre Daniel Boyarin:” questi versetti predicono con grande chiarezza la passione del Messia e la sua morte, per espiare i peccati dell’umanità. La nozione del Messia umiliato ed offeso non era dunque aliena all’ebraismo prima della venuta di Cristo”.

Questa visione biblica di Gesù, quella che solo la sua morte cruenta sarebbe stata la chiave di lettura dell’arrivo della nuova era, che nell’immaginario collettivo era quella di un perdente, risultava però spesso del tutto incomprensibile. Come sarebbe stata possibile infatti un’epoca di pace e di giustizia sociale, senza che prima non si abbattesse con le armi il giogo della crudele dominazione romana? E come sarebbe stato possibile ciò, senza l’arrivo di un condottiero forte e vincente, piuttosto che di una figura destinata ad essere uccisa con ignominia? Anche i discepoli non riuscivano a capire il concetto di Messia che aveva in mente il loro Maestro, tanto che quando glielo spiegò, dicono i Vangeli,” essi furono molto rattristati”.

Non capivano infatti perché Gesù da un lato affermasse che: “il mio regno non è di questo mondo”, e dicendo così faceva presagire la sua natura regale e divina. Ma di contro, quando vollero nominarlo Re, se ne andò. Dicono infatti i vangeli:” Sapendo Gesù che stavano per venire a prenderlo per farlo Re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo”. E ancora dopo la morte di Gesù, sempre gli Apostoli, delusi del fatto che il loro sogno di arrivo dell’era messianica era svanito in modo così traumatico ed ignomignoso, dissero:” Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele”. Ed in questa frase, pronunciata dai suoi più diretti collaboratori, c’è il principale motivo per il quale molti ebrei non riconobbero e non riconoscono la figura di Gesù quale Messia, e sono tuttora in attesa della sua venuta.

Fu dunque predetto davvero il tempo in cui apparve Colui che i cristiani riconobbero come il Cristo annunciato dai Profeti? E’possibile dare credito a chi afferma che la profezia biblica si è spinta sino ad individuare la data in cui l’era messianica sarebbe iniziata?

Ma perché Israele attendeva il suo Messia proprio nel periodo in cui apparve quel Gesù che tutto l’impero romano doveva riconoscere come il Cristo? Perché nel primo secolo e non in un altro del passato o del futuro della millenaria storia religiosa dell’ebraismo? Forse sono soprattutto due passi delle Scritture in base ai quali i giudei dovevano essere giunti ad individuare la data dell’arrivo dell’Unto. La loro interpretazione si accorda con quella dei cristiani per cui il Messia è giunto davvero quando tutto Israele lo attendeva. Dicevamo che due sono i brani scritturali in base ai quali gli ebrei sembrano aver compiuto i loro calcoli. Il primo brano è quello del libro della Genesi (cap. 49) dove Giacobbe benedice i figli e dice:” Adunatevi, perché voglio annuciarvi ciò che vi accadrà negli ultimi giorni”. Con l’espressione “ultimi giorni”, la Bibbia indica costantemente l’era che inizierà con l’apparizione del Messia. Prosegue Giacobbe “Lo scettro non sarà tolto da Giuda, né il bastone del comando di tra i suoi piedi, finché non venga colui al quale appartiene e a lui andrà l’obbedienza dei popoli”. La storia indica che “lo scettro” fu tolto a Giuda e il bastone del comando dai suoi piedi, ai tempi in cui apparve Gesù. Erode il grande  è l’ultimo re degli ebrei. Alla sua morte il territorio d’Israele viene smembrato, l’autorità effettiva passa ai governatori romani, sino al 14 maggio 1948, alla fine del mandato britannico, gli ebrei non saranno più padroni della terra dei loro Padri. E’certo che il dominio romano e la fine dell’indipendenza erano stati messi dagli ebrei del tempo in relazione con la profezia attribuita a Giacobbe.

Ma l’attenzione dei dotti e del popolo, ai tempi di Gesù, si accentrava soprattutto sul libro di Daniele, l’ultimo libro dell’Antico Testamento. C’è in questo libro una progressione continua e davvero impressionante che ha il suo apice nel capitolo IX con la Grande Profezia “Magna Prophetia”: qui si dice venga suggerita la data in cui sarebbe comparso il Messia. E’la prima volta che nella Scrittura si stabilisce un vero e proprio “calendario”, per l’arrivo dell’Atteso. E’certamente provato, grazie anche al ritrovamento recente di papiri, che al tempo di Gesù il libro di Daniele era composto e letto nella forma attuale da ormai due secoli, indipendentemente fosse stato compilato durante l’esilio babilonese piuttosto che al tempo dei Maccabei (160 a.C.).

La scoperta dei manoscritti di Qumran, la località nei pressi del Mar Morto dove la comunità ebraica degli Esseni aveva ai tempi di Gesù il suo centro principale, non fa altro che dare forza alle profezie di Daniele. Gli Esseni erano considerati l’élite dell’ebraismo, la più rigorosa e la più attenta nello studiare i segni dei tempi che dovevano precedere l’avvento del Messia. Fra i segni dei tempi, grazie ai rotoli di Qumran si è data una risposta certa alla collocazione della nascita di Gesù: non una data a scelta, ma proprio il 25 dicembre.

Vediamo di capire il meccanismo, che è complesso ma affascinante. Se Gesù è nato un 25 dicembre, il concepimento verginale è avvenuto, ovviamente 9 mesi prima. E, in effetti, i calendari cristiani pongono al 25 marzo l’annunciazione a Maria dell’angelo Gabriele. Ma sappiamo dallo stesso Vangelo di Luca che giusto sei mesi prima era stato concepito da Elisabetta il precursore, Giovanni, che sarà detto il Battista. La chiesa cattolica non ha una festa liturgica per quel concepimento, mentre le antiche Chiese d’Oriente lo celebrano solennemente tra il 23 e il 25 settembre, cioè sei mesi prima dell’annunciazione a Maria. Una successione di date logica ma basata su tradizioni inverificabili, non su eventi localizzabili nel tempo. Così credevano tutti, fino ai tempi recentissimi. In effetti, è giusto dal concepimento di Giovanni che dobbiamo partire. Il Vangelo di Luca si apre con la storia dell’anziana coppia, Zaccaria ed Elisabetta, ormai rassegnata alla sterilità, una delle peggiori disgrazie in Israele. Zaccaria apparteneva alla casta sacerdotale e un giorno che era di servizio nel tempio di Gerusalemme, ebbe la visione di Gabriele (lo stesso angelo che sei mesi dopo si presenterà a Maria, a Nazareth) che gli annunciava che, malgrado l’età avanzata, lui e la moglie avrebbero avuto un figlio. Dovevano chiamarlo Giovanni e sarebbe stato “grande davanti al Signore”; Luca ha cura di precisare che Zaccaria apparteneva alla classe sacerdotale di Abia e che quando ebbe l’apparizione “officiava nel turno della sua classe”. In effetti, coloro che nell’Antico Israele appartenevano alla casta sacerdotale erano divisi in 24 classi che avvicendandosi in ordine immutabile, dovevano prestare servizio liturgico al tempio per una settimana due volte l’anno. Sapevamo che la classe di Zaccaria, quella di Abia, era l’ottava nell’elenco ufficiale. Ma quando cadevano i suoi turni di servizio? Nessuno lo sapeva. Ebbene, utilizzando anche ricerche svolte da altri specialisti e lavorando soprattutto su testi rinvenuti nella biblioteca essena di Qumram, ecco che l’enigma è stato svelato dal professor Shemarjahu Talmon che, insegna alla Università ebraica di Gerusalemme. Lo studioso è riuscito a precisare in che ordine cronologico si susseguivano le 24 classi sacerdotali. Quella di Abia prestava servizio liturgico al tempio due volte all’anno, come le altre, e una di quelle volte era nell’ultima settimana di settembre, dunque, era verosimile la tradizione dei cristiani orientali che pone tra il 23 e il 25 settembre l’annuncio a Zaccaria. Ma questa verosimiglianza si è avvicinata alla certezza perché, stimolati dalla scoperta del professor Talmon, gli studiosi hanno ricostruito la “filiera” di quella tradizione, giungendo alla conclusione che essa proveniva direttamente dalla Chiesa primitiva, giudeo-cristiana, di Gerusalemme. Una memoria antichissima quanto tenacissima, quella delle chiese d’Oriente, come confermato in molti altri casi.

Ecco dunque che ciò che sembrava mitico assume, improvvisamente, nuova verosimiglianza. Una catena di eventi che si estende su 15 mesi: in settembre l’annuncio a Zaccaria e il giorno dopo il concepimento di Giovanni; in marzo, sei mesi dopo, l’annuncio a Maria; in giugno, tre mesi dopo, la nascita di Giovanni; sei mesi dopo, la nascita di Gesù. Con quest’ultimo evento arriviamo giusto al 25 dicembre. Giorno che, dunque non fu fissato a caso. 

Gli Ebrei aspettavano il loro misterioso Cristo proprio in quegli anni: ed è una constatazione sorprendente. Ma sorprende ancor di più scoprire che proprio in quel tempo anche altri popoli erano in attesa: vi sono testimonianze certe che “Qualcuno” doveva venire dalla Giudea. Ed è da due dei più grandi storici latini, Tacito e Svetonio, che apprendiamo come i popoli fossero in fremito all’avvicinarsi del secolo che noi ora chiamiamo “ primo d.C.”.

In particolare Svetonio scriveva: “cresceva in tutto l’Oriente l’antica e costante opinione che fosse scritto nel destino del mondo che dalla Giudea sarebbero venuti, in qual tempo, i dominatori del mondo”.

A tutto questo si aggiunge, quanto ormai provato scientificamente, la previsione degli astrologi babilonesi che parlavano di una stella (non di una cometa) che avrebbe brillato nel cielo di Betlemme e del conseguente arrivo di certi Magi dall’oriente. Questi saggi babilonesi attendevano l’arrivo “del dominatore del mondo” a partire dall’anno 7 a.C., quando cioè sarebbe avvenuta la convergenza di Giove, pianeta dei dominatori del mondo, Saturno il pianeta protettore di Israele, infine la costellazione dei Pesci considerata il segno della “Fine dei tempi e l’inizio dell’era messianica”. Tutti questi eventi trovano riscontro nei Vangeli di Matteo e Luca, che trattano più degli altri la venuta di Cristo.

 

Giovanna Zaniolo